Emanuele Farris: «Flora sarda patrimonio unico, subito una legge per proteggerla»
Pressing del presidente della sezione sarda della Società Botanica Italiana sulla Regione
Sassari «Alla Regione chiediamo che usi tutte le ampie prerogative che ha in materia ambientale. Oggi una legge che protegga la flora sarda è una necessità imprescindibile». Emanuele Farris è il presidente della sezione sarda della Società Botanica Italiana e con i professori Gianluigi Bacchetta e Ignazio Camarda ha lavorato alla legge che punta alla conservazione, tutela e valorizzazione della flora e che presto verrà discussa in Regione.
Come verrebbe attuata la conservazione, la tutela e la valorizzazione delle specie endemiche sarde?
«La legge ha lo scopo di individuare le specie spontanee che vivono in Sardegna oggetto di tutela, protezione, conservazione e valorizzazione. Dovrà proteggere anche i loro habitat perché la tutela deve avvenire nella loro casa. Le specie non vengono messe tutte sullo stesso piano ma categorizzate in maniera modulare, a seconda del livello di rischio di estinzione».
È un patrimonio unico di cui forse manca anche la consapevolezza.
«Una quota non piccola delle 350 piante uniche al mondo della Sardegna si trova in siti tutt'altro che remoti. Ad esempio, intorno a Sassari abbiamo il Limonium racemosum; nella Baia di Porto Conte, ad Alghero, c’è la Buglossa sarda, pianta a forte rischio di estinzione a causa degli impatti del turismo. A Stintino c’è la Silene ichnusae».
Che cosa viene vietato con la legge?
«Intanto, tutti gli impatti diretti su quelle delle prime due fasce, ma dovranno essere valutate attentamente e autorizzate anche le azioni che hanno un impatto indiretto, sul loro habitat. Ad esempio, se deve essere realizzata una strada dovrà essere verificato anche che non sia intaccata l’area contermine e che non ci sia un impatto indiretto: se colpisci gli impollinatori la specie avrà grosse difficoltà nel riprodursi».
Non si rischia un blocco totale, come diceva prima, anche riguardo alla costruzione di infrastrutture necessarie?
«No, strade e opere potranno essere realizzate previe valutazioni d’impatto preliminari, che possono prevedere azioni di mitigazione e compensazione degli impatti».
E per la conservazione? «L’obiettivo è organizzare e coordinare tutto il sistema che lega la ricerca con la conservazione e la tutela. Si dovrà, in pratica, sapere chi fa cosa. Il Corpo forestale ha il compito di valutare eventuali trasgressioni e dovrà interfacciarsi di continuo con l’assessorato che a sua volta è collegato coi ricercatori. A loro sarà deputato l’aggiornamento delle specie, almeno ogni cinque anni».
Si parla di valorizzazione, in quali ambiti? «Ancora oggi in Sardegna stiamo scoprendo specie di cui non si sapeva l’esistenza. Specie endemiche diverse da territorio a territorio, la flora endemica è un vero e proprio marker territoriale che potrebbe dare valore aggiunto alla promozione turistica delle aree interne. Inoltre, ogni pianta è una banca di molecole utili per la nostra specie».
C’è un altro tema in questo momento, quello della deforestazione e della siccità
«Il fattore scatenante è il cambiamento climatico unito anche alla debolezza dei nostri boschi: oggi abbiamo un patrimonio forestale regionale la cui capacità di resistenza e di resilienza è spesso limitata, anche a causa di sistemi gestionali non spesso adeguati: questo ha avuto un forte impatto sui suoli forestali che rappresentano il vero serbatoio d’acqua per gli alberi».
Ora cosa si può fare?
«Dobbiamo capire quali sono i contesti dove si possono ancora arginare le conseguenze della siccità e quelli dove i cambiamenti climatici porteranno a un nuovo assetto forestale. Secondo i nostri modelli previsionali nelle aree più colpite dal cambiamento climatico ci potrà essere uno shifting delle fasce vegetazionali. Dobbiamo metterci l’anima in pace perché ci sarà uno spostamento verso l’alto di queste fasce vegetazionali: quindi il ginepro, che è la specie più tollerante al caldo e all’aridità, entrerà un po’ più all’interno e salirà di quota, l’olivastro si sposterà più in alto, e via via le querce diventeranno più rare, andranno ad occupare le vallecole più umide e le quote più elevate».
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