Ius Scholae, dal Labint di Olbia: «Loro sono i nuovi italiani»
La pediatra, colonna del laboratorio interculturale, Francesca Ena: «Cittadini non per merito»
Olbia Il corso della storia non si può certo cambiare. Ci si può anche mettere di traverso, ma il futuro è quello: chi studia e cresce in Italia si sentirà sempre più italiano. Francesca Ena, pediatra in pensione e una delle colonne del Labint, il Laboratorio interculturale di Olbia, non ha dubbi: lo Ius scholae è più che necessario. Farebbe bene alla società e anche alla singola persona.
«Serve sottolineare, e con forza, quanto uno strumento simile sia importante per la crescita equilibrata e armonica della persona – dice Francesca Ena –. La vita dei bambini, per esempio, non può essere legata al fatto che ai genitori venga rinnovato o meno il permesso di soggiorno. Dovrebbero invece essere inseriti in un percorso formativo che li renda consapevoli del fatto che l’Italia li riconoscerà presto come suoi cittadini. Tutto questo non può che contribuire a un corretto sviluppo psicofisico dei bambini che crescono in Italia».
Francesca Ena lavora da sempre accanto agli ultimi. Agli immigrati in particolare, dunque. È la responsabile dello Sportello salute del Laboratorio interculturale di Olbia, fondato da Tonino Cau, e per dieci anni ha prestato servizio nell’ambulatorio rivolto agli immigrati che non possono avere un medico di famiglia. Dopo il suo pensionamento, l’ambulatorio non ha avuto continuità. Insomma, è una che conosce bene fenomeni e realtà.
«Per quanto riguarda lo Ius scholae, serve ricordare che i bambini crescono nel contesto dei loro pari – spiega Ena –. Poi, però, arriva il momento in cui, per esempio, si sentono dire: “Tu questo non lo puoi fare perché non sei un cittadino di questo Paese”. Insomma, non si deve diventare italiani per meriti o perché si è un campione sportivo, ma perché si cresce in un contesto sociale in cui ci si riconosce. Siamo assolutamente favorevoli allo Ius scholae. Anche perché la storia è dalla loro parte. Piaccia o no, anche loro saranno i futuri italiani».
L’esempio più classico è quello degli stessi italiani diventati americani. «La scuola può contribuire a costruire i nuovi cittadini – prosegue Francesca Ena –. Ed è anche nel nostro interesse riconoscere chi contribuirà al nostro futuro. Le leggi attuali sono assolutamente inadeguate: il percorso che porta al riconoscimento della cittadinanza è troppo lungo. Senza contare che lo Stato, dopo la presentazione della richiesta, si prende anche del tempo prima di prendere una decisione». Serve una svolta, dunque.
«Ci sono tantissimi sudamericani, per esempio, che possono ottenere la cittadinanza se hanno avuto un bisnonno italiano – ricorda Ena, che è anche referente in Sardegna della Società italiana di medicina delle migrazioni –. Mentre chi oggi nasce, cresce e studia in Italia, invece, prima di ottenere la cittadinanza ci impiega vent’anni. È assurdo». E a proposito di scuola, ormai da decenni il Labint di Olbia organizza corsi di alfabetizzazione per stranieri. Solo lo scorso anno 150 studenti per 33 nazionalità. L’obiettivo è l’integrazione.
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