Odio social contro la garante dei detenuti. «Difendo i diritti, le offese non mi fermano»
Il fiume di messaggi pieni di insulti dopo la visita e il report sulle condizioni nel carcere di Bancali
Sassari «Chiudetela dentro», «La garante di stupratori e assassini pagata dal popolo italiano», «mandatela a fare le pulizie in carcere e vediamo cosa le fanno». Sono solo alcuni dei commenti apparsi sulle varie pagine social dopo che Irene Testa, garante regionale dei diritti delle persone detenute in Sardegna, ha descritto le condizioni del carcere di Bancali a Sassari. Un fiume di insulti e disprezzo, spesso tranquillamente firmati con nome e cognome, che ha travolto la sua figura e il suo ruolo istituzionale. Ma dietro quelle parole, c’è un probabilmente un problema più grande che sarebbe meglio iniziare ad affrontar con decisione: l’ostilità, e in alcuni casi purtroppo anche l’odio, di una parte della società verso chi è detenuto, a prescindere dalla pena che deve scontare e dal reato che ha commesso.
Irene Testa ha deciso di pubblicare sul suo profilo alcuni dei messaggi apparsi nei giorni scorsi dopo la visita di Bancali, ma soprattutto non ha alcuna intenzione di smettere di denunciare quello che emerge dai suoi sopralluoghi negli istituti di pena: celle sovraffollate, bagni senza porte, detenuti costretti a volte a vivere in condizioni igieniche inaccettabili. «Servirebbe una telecamera per far capire a volte la brutalità di questi luoghi», afferma la garante. «Mi ha stupito che molti si siano firmati con nome e cognome. Non hanno avuto alcuna vergogna per le cose terribili che hanno scritto», racconta, riferendosi ai commenti più violenti ricevuti. «Il ruolo del garante è anche di denuncia attraverso i media, ma purtroppo capita spesso che si scatenino gli odiatori quando si parla di detenuti». Eppure, non tutti hanno reagito con disprezzo. «Ci sono state anche tante telefonate di sostegno. Questo mi dà speranza: esiste una società civile che comprende e ha un alto senso civico». Ma perché tanto odio? «Forse c’è una mancanza di comprensione delle regole della società», riflette la garante. «E forse c’è anche un problema di scarsa informazione. Molti non sanno che in carcere ci sono migliaia di persone con pene inferiori a un anno, tossicodipendenti, malati psichiatrici. Quasi 30 mila sono in custodia cautelare, non condannati. E poi ci sono storie come quella di Beniamino Zuncheddu, ergastolano che gridava la sua innocenza e che alla fine aveva ragione e la sua innocenza è stata finalmente riconosciuta. Se avessi dovuto ascoltare le parole degli odiatori non avrei dovuto portare all’attenzione di istituzione e opinione pubblica la sua situazione. Chi oggi mi insulta, domani potrebbe essere il primo a indignarsi per un errore giudiziario». Il carcere di Bancali, come molti altri in Italia, è un luogo dove i diritti fondamentali vengono spesso calpestati. «Che rieducazione può esserci se i detenuti vivono in condizioni insostenibili?», si chiede. «Non stiamo parlando di pretendere ostriche e champagne, come qualcuno con inopportuno sarcasmo ha scritto, ma di dignità umana. E questo riguarda non solo i detenuti, ma anche chi ci lavora: polizia penitenziaria, direttori, educatori. Sono loro i primi a subire le conseguenze di un sistema al collasso». E poi ci sono anche le storie che fanno male. Come quella di un ragazzo di 20 anni in sciopero della fame da un mese e mezzo. «Sta correndo un rischio fisico e mentale molto forte . Ho deciso di rendere pubblica la sua storia anche per dare una mano a chi lo sta gestendo». «Potrei stare in silenzio, evitare di prendermi insulti. Ma sarebbe sbagliato. Continuo a denunciare perché è giusto che le cose si sappiano", dice. E lancia un appello: "Serve più informazione, più dibattiti parlamentari, più coinvolgimento della società civile. Forse aprire di più questi luoghi alla cittadinanza, farli conoscere. Chi ha pregiudizi, vedendo la realtà, potrebbe cambiare idea». E cita Voltaire: «Le carceri sono lo specchio della nostra società». Uno specchio che, oggi, riflette un’immagine fatta di sofferenza, indifferenza e spesso anche odio. Ma anche di speranza, rappresentata da chi continua a lottare per i diritti di tutti, anche di chi ha sbagliato. «Chi ha commesso reati, anche gravi, sa di dover espiare una pena, chiede solo un po’ di dignità in più. E questo è un diritto che dovremmo garantire a tutti».
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