La Nuova Sardegna

Il parere del sindacato

Antonello Desole, Fimmg: «Il paziente è diventato un modulo»

di Luigi Soriga
Antonello Desole, Fimmg: «Il paziente è diventato un modulo»

Il segretario provinciale della Federazione italiana medici di famiglia: «La carenza di medici e il caos nelle procedure non sono eccezioni, ma la regola»

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Sassari Una volta c’era il medico. Lo trovavi in ambulatorio, tre volte a settimana, magari con lo stetoscopio a tracolla e una stretta di mano rassicurante. Oggi c’è un modulo. C’è un portale, una procedura, un codice. E se non hai lo Spid, non hai nemmeno un dottore.

Così succede che a La Maddalena il click day esploda prima di cominciare, e che a Terralba la gente dorma in macchina per conquistarsi un medico. «Altro che medicina di prossimità», dice Antonello Desole, segretario provinciale della Fimmg di Sassari. «Questa è la lontananza istituzionalizzata».

Il portale regionale Zente Web crolla come un castello di carta. A Terralba, la stessa mattina, file di cittadini davanti al poliambulatorio: dormono in macchina, fanno la conta, aspettano il proprio turno per scegliere un medico come fosse il biglietto della finale a Wimbledon. È il sistema sanitario regionale, che non regge più.

A dirlo, senza girarci troppo intorno, è Antonello Desole: «Quello che è successo a Terralba può essere applicato a ciascuna Asl della Sardegna. La carenza di medici e il caos nelle procedure non sono eccezioni, ma la regola».

Il suo racconto è una radiografia amara del sistema: «Anche la scelta del medico di base è tornata ad essere come negli anni Settanta. Solo che oggi c’è la beffa informatica. Pazienti fragili e anziani si ritrovano a combattere con SPID, portali in crash, codici di accesso. È una corsa a ostacoli digitale che esclude proprio chi ha più bisogno».

«È l’assurdità di un sistema che penalizza gli invisibili, quelli rimasti fuori dal giro, i più deboli. È la fine del rapporto personale, del medico che ti conosce per nome. Oggi – denuncia – i cittadini non hanno più un interlocutore. Gli uffici sono spariti, il front office è una chimera. E chi non ha un figlio, un vicino, qualcuno che lo aiuti online, resta tagliato fuori».

La lista delle responsabilità si allunga. Ci sono i 15 milioni promessi dalla Regione. Rimasti fermi. «Nessuna convocazione, nessuna decisione. Eppure – sottolinea Desole – servirebbero a mettere una segretaria dietro la scrivania, un infermiere accanto al medico. Senza questi aiuti, la burocrazia ci soffoca. Tutto passa da noi: dalle risonanze alle prescrizioni per i panni, fino ai certificati per le colonie estive». Desole non ci gira intorno nemmeno sulle Aggregazioni Funzionali Territoriali: «Dovevano partire a gennaio. Dovevano essere operative da marzo. Siamo a luglio e sono ancora sulla carta. E anche se partissero, nessun medico accetterebbe un incarico senza un minimo di struttura intorno». Lo scenario si fa più cupo: «Il cittadino che non trova risposta nel pubblico, si rivolge al privato. E così – dice – il rischio è chiaro: che la sanità pubblica venga sostituita da quella a pagamento. Ma il privato dovrebbe essere un’alternativa, non l’unica opzione».

Poi c’è l’Ascot, quel surrogato di assistenza, creato in emergenza. «È l’ultima àncora di salvezza in molti territori. Un medico con il ricettario del sistema sanitario. Almeno quello. Chi li critica – avverte Desole – dovrebbe dire con che cosa li sostituirebbe. Perché là dove non c’è nulla, anche un surrogato è meglio del vuoto».

E il vuoto, spiega, si allarga ogni giorno. «Il vero rischio – aggiunge – è che questo lento smantellamento della sanità pubblica avvenga nell’indifferenza generale. Finché riguarda i piccoli paesi nessuno si muove. Ma quando arriverà nei centri più grandi, sarà troppo tardi per tornare indietro».

La Maddalena, Terralba, i titoli sui social, le code come concerti rock: «Sono solo la punta dell’iceberg – insiste – Scene che indignano per un attimo, ma che affondano le radici in anni di abbandono strutturale. È grottesco che per avere un medico si debba partecipare a un click day. Una lotteria. Una corsa con i gomiti alzati per accaparrarsi un diritto».

Poi, l’appello. L’ennesimo. Forse l’ultimo: «La Regione deve smettere di rincorrere le emergenze. I medici devono essere messi nelle condizioni di lavorare. Altrimenti – conclude Desole – si perderà del tutto quel punto di riferimento che era il medico di famiglia. E con lui, l’idea stessa di sanità pubblica».

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