Sempre più difficile trovare personale, la sociologa: «Nella ristorazione condizioni al limite dello sfruttamento»
Francesca Coin, autrice del libro “Le grandi dimissioni” analizza le ragioni di un disagio sempre più diffuso
Sassari «Ma cosa dovrebbero chiedere, se non orari, paga e condizioni»?
Francesca Coi n, sociologa, docente all’Università di Parma e autrice del fortunato libro “Le grandi dimissioni”(presentato anche a a Saccargia nell’ambito del festival Liquida), non si sorprende per le difficoltà che il settore della ristorazione sta incontrando nel reperire personale, come avvenuto nel caso del ristoratore di Golfo Aranci.Secondo Coin, è un errore considerare certe offerte “vantaggiose” senza verificarne i dettagli. «Parliamo di offerte che durano un mese. In che modo una persona adulta, magari con competenze, può pianificare la propria vita lavorando solo quattro settimane»? La sociologa ricorda che fino a pochi anni fa il lavoro stagionale durava almeno sei mesi ed era accompagnato da un sussidio di disoccupazione sufficiente a coprire l’inverno. «Con la riforma della Naspi e la precarizzazione crescente, queste tutele sono state erose. Ora si chiedono professionalità elevate per lavori brevissimi, intensi e mal regolamentati. È ovvio che nessuno risponde».
Il caso sardo, dunque, non è affatto eccezionale. Francesca Coin lo inserisce in una tendenza più ampia, quella di un mercato del lavoro che ha smesso di essere messo al centro della vita delle persone. «La ristorazione è uno dei settori in cui i lavoratori subiscono da anni condizioni al limite dello sfruttamento, tra orari inaccettabili e salari bassi. Lo dimostra il fatto che, quando esisteva il reddito di cittadinanza, molti dei beneficiari lavoravano proprio in quel settore. Erano lavoratori attivi, ma con stipendi talmente bassi da rientrare sotto la soglia di povertà». La pandemia ha agito come una lente d’ingrandimento: «Molti hanno scoperto che la loro professione non garantiva alcuna sicurezza, né sanitaria né economica. Nella ristorazione, nei supermercati, nella sanità, si è reso evidente che ciò che veniva chiesto ai lavoratori era totale abnegazione, spesso in cambio di poco o nulla».
A mancare, secondo la sociologa, è un dibattito serio sul futuro produttivo del Paese: «Continuiamo a investire in settori a basso valore aggiunto come il turismo, ignorando le esigenze di chi lavora. Parliamo di salario minimo, ma non mettiamo mano alle vere riforme: stabilità, tutele, contrattazione, qualità delle condizioni di lavoro».
Tra i temi più trascurati, quello del benessere psico fisico dei lavoratori. «Il burnout, il malessere, la rottura del senso del lavoro sono all’ordine del giorno. Le persone si ammalano, e intanto si chiede loro di lavorare anche nei giorni festivi, nei fine settimana, con orari flessibili solo per le imprese». In questo quadro, la qualità della vita torna al centro: «Tempo, relazioni, cura, famiglia: sono diventati beni rari. Il digitale ha scompaginato ogni confine tra vita e lavoro. Ecco perché oggi si parla tanto di benessere, perché è ciò che manca». La sociologa non crede che sia un problema generazionale: «Non sono i giovani ad aver perso la voglia di lavorare. Sono le condizioni ad essere diventate inaccettabili».
Eppure, qualcosa si muove. «In Svizzera e altrove ci sono ristoratori che iniziano a sperimentare soluzioni diverse: turni più brevi, chiusura nei giorni di minor affluenza, attenzione alla salute del personale. È una sfida, certo, ma è anche l’unico modo per salvare un settore ormai in crisi». Il fenomeno delle dimissioni volontarie, spiega, non è un’invenzione passeggera: «Sono tre anni che in Italia si registrano oltre due milioni di dimissioni all’anno. Ma la tendenza è iniziata molto prima della pandemia. Finché non si inverte la rotta – finché non si garantiscono dignità, stabilità e futuro – questa disaffezione resterà una costante».