La Nuova Sardegna

L’intervista

Brunello Cucinelli: «In Sardegna c’è la qualità di vita che predico da sempre»

di Marco Bittau

	(Brunello Cucinelli e Giuseppe Fasolino, foto di Vanna Sanna)
(Brunello Cucinelli e Giuseppe Fasolino, foto di Vanna Sanna)

Il re del cashmere cittadino onorario di Golfo Aranci: «Una terra meravigliosa, piena di luce e di silenzio. Porto Cervo? Troppi aperitivi»

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Golfo Aranci «Ma avete visto che tramonto sul mare qui?». Il Brunello Cucinelli che non ti aspetti si sporge dal parapetto e volge lo sguardo oltre le barche ormeggiate, verso Baja Caddinas, la sua nuova casa. Imprenditore umanista, da qualche giorno cittadino onorario di Golfo Aranci, il re del cashmere made in Italy parla a ruota libera. La Sardegna, il turismo, i giovani, le sue radici nella campagna umbra, la vita frenetica e “disumana” che non gli è mai piaciuta. Soprattutto filosofeggia citando Sant’Agostino e San Francesco d’Assisi. Snocciola principi universali che si possono benissimo declinare in sardo. Sorride spesso e scherza con leggerezza inattesa, almeno per chi non lo conosce. «Lo faccio sempre – dice –. Lo scherzo è parte di noi. In fondo, in gioventù ho passato molto tempo a giocare a carte al bar. Ho imparato tanto, una scuola di vita».

Perché la Sardegna e perché Golfo Aranci?

«Perché è una terra meravigliosa, piena di luce e di silenzio, un luogo dell’anima. E poi i sardi sono persone speciali, apparentemente chiuse, ma fiere, orgogliose, tenaci, testarde. Anche noi in Umbria siamo un po’ così, ci sono tante similitudini. Proprio da un sardo, al mio paese, ho comprato la casa dove sono nato e cresciuto. L’aveva tenuta esattamente com’era in origine. Come se il tempo si fosse fermato».

Golfo Aranci è un punto d’arrivo, immagino. Quale è stato il primo approccio con l’isola?

«La Costa Smeralda, direi. Uno dei primi store Brunello Cucinelli è stato aperto proprio a Porto Cervo, una boutique nel portico sotto la piazzetta. Ho vissuto lì, ma troppe colazioni e troppi aperitivi. Sono tutti posti meravigliosi, certo, ma non è la mia vita».

Così la scoperta di Golfo Aranci, un paese di pescatori diventato meta turistica senza perdere mai la sua identità. Cosa l’ha colpita al punto da metter su casa?

«È un luogo dell’anima, uno di quei posti che custodiscono radici, affetti, storie e memorie. Ciascuno di noi nel profondo del cuore ne ha uno e uno solo, spesso è il luogo dove siamo nati e cresciuti. Quello che custodisce la nostra storia, le nostre origini, la nostra famiglia. Mie figlie hanno ristrutturato una casa a Baja Caddinas e posso trascorrere qui il mese di agosto».

Questa Sardegna “luogo dell’anima” ogni estate è pacificamente invasa da milioni di turisti. Sono una vera risorsa per l’isola?

«Quella turistica è un’industria a tutti gli effetti, al pari di quella manifatturiera. Non solo, in Italia cresce sempre di più e anche in Sardegna. Credo sia giusto definirla la prima industria del Paese. La Sardegna nei prossimi anni sarà invasa da una moltitudine di persone provenienti da tutto il mondo, il problema sarà attrezzarsi per ospitare tutta questa gente e per garantire al meglio i servizi necessari»

L’aumento dei flussi turistici determina una serie di problemi da risolvere. I primi segnali stanno già affiorando...

«Dobbiamo sempre pensare al meglio, alle buone cose. La Sardegna per 15 anni almeno non avrà problemi. Certo, bisogna lavorare sul fronte dell’accoglienza. Servono competenze e buone maniere, professionalità e gentilezza. Accogliere un visitatore è una grande responsabilità. Dobbiamo essere gentili e rispettosi verso il prossimo. È una priorita assoluta. Non ci sono altre vie, perché il turismo è fatto di servizi».

Da imprenditore di grande successo, consiglierebbe ai giovani di puntare sul turismo o su quale altra prospettiva?

«I giovani devono cercare e percorrere la loro strada senza ascoltare troppo voleri e desideri altrui, a cominciare da quelli dei loro genitori. Io non ho studiato tanto, sono diplomato geometra, e quando ho detto a mio padre che volevo cominciare a lavorare con il cashmere mi ha risposto fai tu e che Dio ti benedica. Questo dovrebbero fare i giovani, liberare idee e imparare a essere gentili con il prossimo. Oggi studiano troppo e, da piccoli, giocano poco. Dobbiamo recuperare il filo di una vita migliore, magari partendo proprio dalle nuove generazioni».

Lei è apprezzato nella sua azienda per aver codificato un modello di impresa etica, fondato su rapporti di lavoro basati sulla dignità e il rispetto delle donne e degli uomini.

«Da sempre credo che migliori condizioni di lavoro permettano a tutti di vivere meglio. Il lavoro occupa molto tempo della nostra giornata e della nostra vita, sicuramente troppo, per questo non deve essere una sofferenza al punto che la mattina stiamo male solo al pensiero di dover andare in ufficio o in fabbrica. Oggi la nostra vita corre troppo veloce, non ci fermiamo mai. Stiamo perdendo la dimensione umana, teniamo gli occhi bassi sui telefonini e nessuno guarda più il cielo e la bellezza che ci circonda».

Va bene, ma come si fa?

«Serve una rivoluzione culturale, che ci permetta di vivere meglio valorizzando le cose belle della vita. Mio padre aveva fatto due guerre, ma con noi non ne parlava mai, come se non fossero mai esistite».

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