Benito Urgu: «Io, spettatore della mia follia. Le battute nascono come scintille»
L’attore e comico, 86 anni, nel 2024 fa aveva annunciato il ritiro dalle scene: «Ma continuano a invitarmi, e sul palco si crea sempre la stessa magia
Si dice che i clown siano tristi quando tolgono il naso rosso. Benito Urgu non sembra una persona triste, almeno a parlarci per un po’, ma di certo, e a questo sembra anche tenerci, non è un comico anche nella vita privata. «La mia comicità non la ostento», dice, d’altronde «ci pensano già gli altri». Benito Urgu è il padre dei comici sardi e non solo per motivi anagrafici – è nato a Oristano 86 anni fa. Ed è il calco della comicità sarda che è arrivata oltremare, i suoi sketch, tradotti, saccheggiati, riproposti, hanno fatto scuola. Ecco, Benito Urgu è abitato dai suoi personaggi, sembra Pessoa ma con licenza di far divertire, sempre in limine: non si sa mai quando finisce la realtà e inizia l’invenzione. Ed è meglio così.
Un anno fa aveva annunciato il ritiro dalle scene.
«Un ritiro che non si riesce a fare, continuo a essere invitato, che poi è come se stessero invitando chissà... non mi rendo conto, ma mi fa piacere».
Ma si è stancato del palco?
«Più che altro è legato alla vecchiaia, che regala cose belle ma anche cose difficili da digerire, come la pesantezza del corpo. Salire su un palco è una fatica, però insomma, ogni tanto si pensa “sto male”, poi incontri chi sta peggio e ti rendi conto che allora le cose puoi farle. Quando sono sul palco è una magia, passa tutto. Ma anche adesso che sto parlando con te, la cervicale si è messa da parte».
Prova ancora tensione prima di esibirsi?
«Tensione no, ma una piccola preoccupazione sempre. Si scioglie quando inizio a parlare. Non è forte come da giovanissimo».
Ma lei lo sa che da un po’ di tempo è virale su Instagram? C'è un reel che gira, un'intervistatrice le chiede se lei «beve mangiando» e lei risponde: «no, bevo bevendo».
«(ride, ndr) Non lo sapevo... era un'intervista fatta negli anni '80. Ma ci sono altre cose nate così, da un’esplosione. Una volta Panariello mi invita alla trasmissione “Torno sabato”, c’era anche Nina Moric. Mi chiede: “Con una donna così cosa farebbe?” E io “Mi ci vuole almeno un blocchetto...”, mi riferivo all’altezza. E aggiungo: “Menomale che sono pieghevoli”. Lei mi dice che è croata e io: “C'è a chi la vuole croata e chi la vuole curda”».
Sono battute che nascono sul momento?
«Sono delle scintille. Non si può spiegare, iniziano e finiscono in quel momento. Poi dipende sempre dal contesto, dalla persona. Ma anche quando ho fatto i miei personaggi per la prima volta non li avevo provati, sono usciti da soli».
Dai mi dice il suo preferito?
«Ognuno ha la sua potenza. Non scrivo niente di ciò che faccio, sono spettatore di me stesso e vedo cosa la pazzia mi dà... ognuno di noi ha dentro una parte di follia. La carico su una persona, su un animale, e li faccio parlare in prima persona».
Allora immagino che lei fosse quello che faceva ridere tutti a scuola, a casa...
«No a casa no, in famiglia non si rideva mai. Mio padre era severo. Anche se ho ricordi di lui che riusciva a far sorridere gli altri».
Lei lo sa che è stato d’ispirazione per molti, vero?
«Panariello, questo devo dirlo, è nato in Sardegna come comico. Mi diceva: voglio imparare i personaggi... ha preso i miei e li ha fatti parlare in toscano. Una volta a Roma mi ha invitato a vederlo ai Parioli: ho rivisto Mitraglia, Giorgetto di Pirri, signora Desolina, pari pari. Ma anche Aldo, Giovanni e Giacomo hanno attinto. E Pieraccioni una volta in tv fece, male, la parte di un bambino nella culla, era una cosa mia. La gente se ne accorge...».
E mi dice quando la sua carriera ha avuto una svolta?
«Non me ne sono reso conto, anche oggi mi sto ricordando molte cose solo perché ne parliamo. Quando uscivano le cassette la gente, mi dicevano, si riuniva in piazza e dalle casse di un’auto le ascoltavano tutti. E poi le mie cassette hanno tirato su le sorti del Senegal».
Si riferisce alle cassette pirata.
«Un vucumprà alla Caletta mi disse: “Compra Benito Urghi”».
Le piace la comicità di oggi?
«In giro c’è poca roba... non sono spontanei, mi sembra tutto troppo blablablato».
Lei fa ridere anche nel privato?
«La comicità non la ostento. Ci pensano già gli altri quando si avvicinano e mi ripropongono le battute».
Le dà fastidio?
«Ma no, le persone tendono ad avere una confidenza innata, chi si avvicina lo fa prima di tutto perché ti vuole bene».
Ai comici si richiede di essere divertenti sempre. Quando le persone vogliono sentire una barzelletta cosa risponde?
«Dico “Sì, tu inizia a ridere, poi ripasso”».
La Sardegna l’ha vista dai palchi, con la musica e con le battute. Nei decenni è cambiata?
«Per niente. Con i Barritas, agli inizi, in una serata a Tonara in una rissa morì una persona. Da poco sono successi episodi simili. Queste cose fanno parte del contesto che si crea nel posto dove vivi. Succede oggi dopo 70 anni. C’è ancora gente che bisticcia perché uno ha messo il piede sopra quello di un altro...».
