Il Nobel Giorgio Parisi: «L’IA non sia un tabù, utilizziamola per ridurre le ore di lavoro mantenendo gli stessi salari»
Il fisico interviene sui rischi e le opportunità legati all’intelligenza artificiale: «È arrivato il momento che su questo tema si apra una riflessione politica»
«L’intelligenza artificiale ci mette di fronte rischi e opportunità: già oggi sta alimentando la disoccupazione, ma la maggiore efficienza generata in alcuni settori potrebbe portare a una riduzione dell’orario di lavoro a parità di stipendio. È il momento che si apra una riflessione politica sulla questione, e sugli ammortizzatori sociali per quelle categorie a maggior rischio disoccupazione».
Parola del fisico Giorgio Parisi, 77 anni, premio Nobel 2021 grazie alle sue ricerche sui sistemi complessi: martedì 11 sarà a Pavia, ospite d’onore dell’ateneo per l’inaugurazione dell’anno accademico, dove terrà una lectio magistralis sulla nascita della moderna intelligenza artificiale.
Professore, alcuni strumenti basati sull’IA sono utilizzati ogni giorno da migliaia di persone: quali rischi vede per le nostre società?
«A breve termine intravedo la nascita di un monopolio dell’informazione: i riassunti forniti dai motori di ricerca stanno disabituando le persone a scegliere le fonti attraverso cui informarsi, perché ormai si guardano solo quelli. È Google, per esempio, che sceglie cosa inserire e cosa no in queste sintesi: ciò può essere molto pericoloso per l’autonomia di pensiero. Non è l’unico problema serio: i video falsi generati con l’IA sono un pericolo per gli utenti, come il fatto che ormai si usino i modelli di linguaggio per ottenere supposti consulti medici o psicologici».
Un altro ambito investito dagli effetti di questa tecnologia è di certo il lavoro.
«Da un lato, l’intelligenza artificiale sta aumentando la produttività in quei settori dove questa si affianca al lavoro umano: allora dico che in questi ambiti si potrebbe ridurre la settimana lavorativa dalle attuali 40 ore medie a 32, lasciando i salari inalterati. Non trattiamo questo argomento come un tabù: quando nei secoli scorsi le ore di lavoro sono scese da 14 a 8, i salari non sono crollati di conseguenza».
E per quei settori dove la disoccupazione sta crescendo?
«È anche su questo che la politica deve avviare una riflessione: già oggi, ci sono aziende statunitensi che stanno assumendo meno programmatori perché grazie all’IA pensano di non averne bisogno. Trasformazioni del genere sono sempre accadute: la differenza con il passato sta nel fatto che adesso accadono con una velocità maggiore».
Ma lei sta suggerendo l’introduzione di un reddito di base universale?
«Questa è l’idea che sostiene Hilton (uno dei “padrini” dell’IA, ndr), non la mia. Io credo sia uno scenario complesso da risolvere, e bisognerà ragionare sugli ammortizzatori sociali, per quelle categorie di lavori sostituiti dall’intelligenza artificiale».
Lei è uno strenuo difensore della ricerca universitaria: a metà 2026 scadranno centinaia di borse a causa della fine dei fondi Pnrr. Che scenario c’è da aspettarsi?
«Siamo tutti in attesa che il governo ci dica cosa accadrà e come ha intenzione di gestire questa delicata transizione: oltre ai dottorandi, in questo momento ci sono tantissimi ricercatori che lavorano con borse Pnrr e che non sanno ancora cosa faranno dal 2026 in poi. Se il governo lo dicesse, io sarei più contento, perché al momento non si è ancora capito come verrà affrontata la questione».
La sua è stata una delle voci più critiche del genocidio a Gaza: adesso che vige una fragile tregua, teme che la sorte dei palestinesi venga dimenticata?
«I riflettori su Gaza si stanno spegnendo, ma io credo che ci sia un’opinione pubblica che non dimentica gli oltre 60mila morti cui abbiamo assistito in questi due anni. Adesso servono progressi sostanziali verso la pace, nonostante i media comincino a parlare meno di ciò che accade in quella parte di mondo».
Nei mesi scorsi, si è espresso anche contro il riarmo europeo. È ancora di questo avviso?
«Non sono un esperto di cose militari ma credo che l’Unione europea sia una federazione di Stati nata su un’ideale di pace. Ho l’impressione che il riarmo sia qualcosa da evitare: non vedo motivi strategici per i quali la Russia dovrebbe attaccarci, come pure ritengo folle la minaccia del presidente Usa Trump di riprendere i test nucleari».
Nel suo libro “In un volo di storni”, racconta che il Nobel le sfuggì per un soffio già a 25 anni. Rimpiange quel momento?
«In due parole, perché la storia completa è tutta lì: non mi venne in mente una soluzione facile a un importante problema di fisica, che invece altri tre autori misero in un articolo che fu poi premiato con il Nobel nel 2002. A volte ci si perde, io ci avevo pensato poco ed è andata male. Ma con il senno di poi, si potrebbe dire sia stato meglio così».
E adesso com’è cambiata la sua vita dopo il conseguimento del Nobel?
«Si è affaticata abbastanza, ci sono tante cose in più che le persone mi chiedono di fare: alla maggior parte di queste rispondo di no, e quelle cui acconsento di partecipare mi assorbono molto tempo».
Ci fa un esempio?
«Beh, chiunque in Italia ritenga sia il caso di invitare un premio Nobel chiama me, anche perché Carlo Rubbia e Marco Capecchi (rispettivamente premiati per la fisica e la medicina nel 1984 e nel 2007) vivono all’estero, mentre io no. A certe occasioni, tuttavia, non posso rinunciare: una di queste è la mia presenza a Pavia per l’inaugurazione dell’anno accademico, dove verrò perché sono molto amico del rettore Alessandro Reali».
Mi permetta un’incursione sul personale: cosa fa Parisi quando non si occupa di fisica?
«Mi piace trascorrere il mio tempo libero con i miei tre nipoti. Poi mi piace andare a camminare e quando posso, la sera, vado a ballare».
La sua passione per il ballo è cosa nota, meno i balli che le piacciono. Ci dice quali sono?
«Apprezzo quelli dove si balla in gruppo, come le danze greche dove le persone si muovono all’unisono e in cerchio. Mi piace anche il forrò, che invece è uno dei più popolari balli di coppia originario del Brasile». Martedì parlerà di fronte a una platea di studenti, qual è il suo consiglio per questi tempi incerti? «Seguite le vostre inclinazioni anche al di là degli sbocchi di mercato, assecondate cosa vi riesce meglio. È giusto pensare a delle soluzioni alternative che fungano da zattera di salvataggio, ma se il rischio non è eccessivo va affrontato. È giusto per lo meno provarci».

