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Luigi Manconi: «Nella mia mente le immagini di Sassari e un foglio bianco su cui inizio a scrivere»

di Massimo Sechi
Luigi Manconi: «Nella mia mente le immagini di Sassari e un foglio bianco su cui inizio a scrivere»

L’intervista con il sociologo, militante politico e giornalista: i ricordi giovanili nella sua città e le battaglie civili di una vita

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Sassari Parlare con Luigi Manconi significa dare un’immagine a ogni suo ricordo, alle espressioni che utilizza per descrivere la sua infanzia e adolescenza sassarese, al suo impegno e alle battaglie civili, dentro e fuori le istituzioni. «Io sono un sociologo, poi un militante politico e, infine, uno che scrive sui giornali», dice alla fine di quello che lui stesso preferisce definire un colloquio più che una intervista.

«Insieme a tre delle mie quattro sorelle – racconta – sono stato concepito all’Asinara. Mio padre era ufficiale medico nell’isola durante la Seconda guerra mondiale e poi vi rimase come medico della colonia penale. Alla fine degli anni 40 la mia famiglia abitava lì in una casa decorosa, ma senza acqua corrente e senza luce elettrica. Quando mia madre era prossima al parto, con un piccolo motoscafo si andava a Porto Torres e da lì a Sassari. Nei primissimi anni 50 ci trasferimmo definitivamente a Sassari, in piazza d’Armi».

I suoi primi passi nel giornalismo?

«I primi articoli furono delle cronache sportive per Libertà, il giornale della diocesi. Pubblicai anche un elzeviro sulla Nuova Sardegna sotto il titolo “In viaggio con il carcerato”. Intorno ai 14 anni passai all’Asinara un indimenticabile agosto. Di ritorno, sul motoscafo c’era un detenuto tra alcuni poliziotti penitenziari. Per qualche misteriosa ragione quel detenuto mi osservava e io osservavo i suoi polsi ammanettati. Tornato a Sassari, meditai molto su questo fuggevole incontro e decisi di metterlo per iscritto. Il mio articolo venne pubblicato sontuosamente in terza pagina, di spalla a sinistra».

Ci fu anche un’esperienza teatrale con Bianca Pitzorno.

«Tutto vero. All’epoca muoveva i primi passi come autrice, prima ancora di scrivere i suoi libri per l’infanzia metteva in scena alcuni testi teatrali. La compagnia, tutta composta da donne, tra le quali mia sorella Paola, aveva bisogno di un personaggio maschile e venni scelto io, credo per la mia innocuità e per il fatto che avevo una forte passione per il teatro. Poco tempo dopo formai due compagnie teatrali e musicali: ci lavoravano persone come Paolo Giganti, Donatella Magnani, Gianni Francioni, Anna Maria Cecaro, Bruno Paba, Tetta Duce e Fiorentino Pironti, inserito perché, nonostante si dichiarasse di destra, suonava bene la chitarra».

Era un periodo di grande fermento culturale.

«Sì, quel fermento culturale non era certo una esclusiva di Sassari, corrispondeva a un sentimento e a un movimento che attraversavano la società italiana e che trovavano nella provincia un terreno particolarmente fertile. La provincia, nel decennio che precede gli anni 70, fu la sede di una straordinaria effervescenza che animava le periferie italiane. Era la provincia a esprimere intelligenze e umori molto diffusi».

Dopo tre legislature in Parlamento, nel 2018 ha scelto di stare fuori dalle istituzioni. Perché?

«Alla fine della mia ultima legislatura ho compiuto 70 anni. Oltre a questo, procedeva speditamente la patologia che mi ha portato alla cecità. Ma oggi faccio pressappoco la stessa militanza politica che ho fatto per oltre mezzo secolo. Gli anni nelle sedi istituzionali sono stati solo un segmento di un’attività politica svolta fuori e dentro il parlamento. Continuo a interessarmi di fine vita, di tutte le forme di privazione della libertà, della questione immigrazione».

Il carcere è sempre stato al centro delle sue battaglie.

«Me ne sono sempre interessato, sia per quella sorta di premonizione che fu il mio certificato di nascita, sia perché quel viaggio col carcerato segnò in qualche modo la mia formazione. Poi nel 1973 passai 7 mesi in carcere a seguito di una manifestazione antifascista. E ho sempre pensato che il carcere sia il luogo di molti destini incrociati, dove tutto il dolore sociale si deposita e dove tutte le forme di povertà e disuguaglianza si manifestano nella loro dimensione più brutale».

Lei ha parlato di “società senza società” riferendosi all’Italia. È pessimista sul futuro?

«Sì, lo sono. Ma proprio perché sono così radicalmente pessimista trovo motivazioni, ragioni, incentivi a fare. È proprio questa idea tragica dell’esistenza e dell’attuale società italiana che mi induce a operare. Insomma, se fossi ottimista, finirei con l’essere ilare e mi consegnerei all’inerzia. Come dice Beckett: “Non posso andare avanti. Andrò avanti”».

Ha scritto il libro “Non sono razzista, ma”, come si combatte un razzismo che si maschera?

«L’unica strategia è una tenacissima razionalità. Tutti i dati scientifici danno ragione a coloro che vogliono un’accoglienza di ampie dimensioni, ma questa realtà sembra contare assai poco rispetto alle reazioni emotive che gli imprenditori politici della paura eccitano e manipolano. Io preferisco utilizzare il termine xenofobia, perché questo è il nome giusto: paura degli stranieri prima ancora che volontà aggressiva e discriminatoria nei loro confronti».

La progressiva perdita della vista ha cambiato il suo modo di scrivere ma anche di affrontare le battaglie civili?

«Ovviamente, la mia modalità di scrittura è molto cambiata. Adesso io, prima di dormire o all’alba, vedo nella mia testa un foglio bianco sul quale inizio a scrivere. Vado avanti anche per una dozzina di frasi con relativa punteggiatura, poi ripensando le frasi le imparo a memoria e le correggo. Infine, le detto».

Se pensa alla Sardegna e a Sassari, quale immagine appare nella sua mente?

«Tante. Il cortile dell’associazione Sacro Cuore dell’Azione Cattolica dietro Piazza d’Armi, il liceo Azuni, che è stato decisivo per la mia formazione, Piazza d’Italia, primo luogo di educazione sentimentale. L’emiciclo Garibaldi fu l’occasione di una, per così dire, indagine antropologica e sociologica: quei bar dove la gioventù delle bidde consumava ore a bere birra, in attesa di niente. Il ponte di Rosello era il luogo mitico che ti dava l’idea di una vastità e di una profondità, a Sassari non percepibili. In ultimo, le dune di Platamona. In conclusione, la mia identità di sassarese è erratica, vive di emozioni che cambiano nel tempo».

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