La Nuova Sardegna

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L’intervista

Tonino Cau si racconta: «Io, ex prete e volontario da sempre dalla parte dei poveri»

di Dario Budroni
Tonino Cau si racconta: «Io, ex prete e volontario da sempre dalla parte dei poveri»

Fondatore del laboratorio per l’integrazione di Olbia: «Lasciai la Chiesa dopo un lungo periodo. Non mi è mai piaciuto obbedire»

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Gli occhi diventano subito lucidi quando ricorda momenti, battaglie e compagni di viaggio. Tonino Cau, 91 anni compiuti pochi giorni fa, è fatto così: prima viene il cuore e poi tutto il resto. Le gerarchie, l’autorità, il conformismo, la tradizione, le verità monolitiche: va bene tutto, ma soltanto dopo aver fatto i conti con la propria coscienza. E soprattutto con quella fede vissuta in maniera così poco ortodossa da diventare un modello di vita anche per chi in Dio non ci ha mai creduto. Trent’anni fa a Olbia ha fondato il Labint, cioè il laboratorio interculturale per l’accoglienza e l’integrazione degli immigrati, ma la sua storia da ultimo in mezzo agli ultimi, in realtà, è cominciata molto prima. Tonino Cau, sposato e padre di due donne di 41 e 37 anni, è stato innanzitutto un sacerdote. Ha portato l’abito talare, ma per condividere fatiche e rivendicazioni sociali ha preferito rimboccarsi le maniche per fare il prete operaio. Da sacerdote, a Olbia, ha addirittura organizzato manifestazioni di protesta insieme a un intero quartiere per chiedere scuole, impianti fognari e acqua nelle case. E poi i giovani, le comunità di base, i nuovi poveri arrivati dall’altra parte del mondo. Mille storie di vita unite tra loro da un unico filo rosso: capire e aiutare gli altri senza mai domandare carta d’identità, area geografica o fede religiosa.

Tonino Cau, dove comincia la sua storia?

«Comincia a Tempio, sono nato lì. Mio padre era originario di Silanus e arrivò in Gallura per lavorare. Conservo molti ricordi, anche del periodo della guerra. La prima svolta arrivò in quinta ginnasio, quando entrai in seminario».

Era giovanissimo. La sua era una famiglia religiosa?

«Mio padre era socialista e fortemente antifascista, ma la mia famiglia era comunque cattolica. Soprattutto mia madre era molto religiosa. Però la mia fu una scelta consapevole. Frequentavo l’Azione cattolica ragazzi e ricordo che c’era una piccola biblioteca. Divenni una sorta di segretario. Amavo leggere e mi imbattei in un libro scritto da un missionario. Così un giorno dissi: voglio farlo anche io. Diventai seminarista e poi prete a 24 anni, era il luglio del 1959. Il missionario, però, alla fine non l’ho mai fatto. Ricordo che ero molto osservante, ma il mio spirito, fin da subito, è sempre stato guidato dalla volontà di aiutare i più poveri. Divenni il vicedirettore del seminario e poi mi mandarono a La Maddalena a fare il viceparroco. Era il 1962».

E lì trovò monsignor Salvatore Capula, da alcuni considerato, in piena Guerra fredda, un personaggio a tratti controverso. Sicuramente eravate molto diversi.

«Sono sempre stato uno a cui non piace obbedire. Ed era così anche allora. Ricordo che a La Maddalena formai un gruppo con i ragazzi della polifonica con l’obiettivo di avvicinarli alle problematiche della società. Un anno preparammo un volantino da distribuire dopo la messa di Natale con le parole del profeta Isaia sull’aiuto ai più poveri. Mai l’avessimo fatto, scoppiò il putiferio».

La “rivoluzione” in parrocchia.

«Erano gli anni Sessanta e ci avvicinavamo al ‘68. E io mi sono sempre interrogato molto. Così mi dicevo: qui celebro le messe, i matrimoni, i funerali, i battesimi, seguo le associazioni, ma i poveri dove sono? In quel periodo, poi, tornò dal fare il missionario Ignazio Demuro, arzachenese. Eravamo molto legati, avevamo fatto il seminario insieme. Mi parlò dell’esperienza del Brasile e delle comunità di base. Così andammo a parlare con l’allora vescovo Urru, una persona davvero buona, e chiedemmo di essere mandati nel punto più povero della diocesi: finimmo a Olbia, nella zona di Orgosoleddu. Cominciammo a fare i preti operai. Non vivevamo delle offerte ma del nostro lavoro, come i poveri. Trovai impiego in una impresa all’ingrosso».

E nel quartiere di Orgosoleddu, negli anni Settanta, nacque una storia che ancora oggi in molti ricordano.

«Fu una bellissima esperienza. Ignazio faceva anche il cappellano dell’ospedale, mentre io abitavo in uno spazio molto freddo dove tenevo sempre la porta aperta. Era il mio ambiente. Orgosoleddu era popolato soprattutto da manovali che arrivavano dalle altre zone della Sardegna. Le strade non erano asfaltate e ci scorreva la fogna. I bambini del quartiere studiavano in un piccolo garage. Così costituimmo un comitato di quartiere e organizzammo subito una grande manifestazione per chiedere l’apertura dell’attuale scuola di Santa Maria. Era stata già realizzata, ma era ancora chiusa. Furono anni molto importanti. La gente del quartiere si riuniva, discuteva, si batteva per i propri diritti. Organizzai una scuola serale per adulti per aiutarli a prendere la licenza media».

Quante volte le hanno dato del prete comunista?

«Tantissime volte (ride, ndr)».

E lo era veramente?

«Non sono mai stato iscritto al partito comunista. A nessun partito, a dir la verità. Diciamo che ero dalla parte dei poveri in una forma un pochino estrema. Ovviamente ho sempre creduto fortemente nella non violenza, perché la violenza va contro i poveri. C’era un prete che, quando mi vedeva, mi chiamava e alzava il pugno chiuso. Era simpatico, scherzava così. Io facevo altrettanto e lo salutavo anche io con il pugno».

Poi, alla fine, dalla Chiesa se n’è andato.

«Avevo fame e mi avete dato da mangiare, avevo sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto. Conosciamo bene queste parole e più volte mi sono chiesto dove fosse questo programma nella Chiesa. È il motivo per cui mi sono laicizzato. Cominciai anche a non apprezzare più la messa, dove non c’è un solo riferimento ai poveri».

E arrivò il matrimonio. In qualche modo una nuova ribellione.

«Iniziai a maturare l’intenzione di lasciare la Chiesa prima di conoscere Ida, la mia futura moglie. Poi ne parlai anche con le mie sorelle, erano molto religiose, temevo di dare loro un grande dispiacere. Ero legatissimo a loro. Comunque sì, mi sposai nel 1982. Organizzammo una bella festa, anche questa un po’ a modo nostro. Fu una festa alternativa, parteciparono anche diversi sacerdoti».

A Olbia lasciò il segno anche nel quartiere di Poltu Cuadu. Ai tempi era un luogo difficile, lo chiamavano il Bronx.

«Siccome conoscevo bene la musica, divenni professore e andai a insegnare a Poltu Cuadu, dove tra l’altro abitavo. Lì ho conosciuto le difficoltà di un quartiere nato quasi come un ghetto. Cominciai a coinvolgere i giovani soprattutto attraverso la musica. Formammo il primo gruppo giovani: non solo musica, ma anche sport e dibattiti. Erano tantissimi, arrivarono fino a 120. Anche lì si parlava, si studiava, si affrontavano i problemi del mondo, si cominciava a parlare di omosessualità. Un’esperienza meravigliosa».

E infine il grande impegno in favore degli immigrati.

«Ci rendemmo conto dei problemi e dei drammi che vivevano gli immigrati in città e così, nel 1995, fondammo il Labint. Partimmo con la scuola di alfabetizzazione gratuita: il primo anno 29 iscritti, tutti senegalesi. Attualmente gli iscritti sono 240 e le nazionalità 40. Ma è difficile capire il vero significato della nostra scuola se non la si vive in prima persona. Si creano legami di grande amicizia e di vera fratellanza. Poi abbiamo aperto anche un ambulatorio per migranti, per garantire loro un’assistenza medica. Anche questa una realtà di grande bellezza. Sono stato fortunato. Nel mio percorso ho incontrato persone straordinarie che conoscono bene il valore dell’integrazione. Il Labint va avanti grazie a loro».

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