La Nuova Sardegna

Il ricordo

Valentino secondo Antonio Marras: «Genio di un’altra dimensione. Lui e Armani hanno dettato la storia della moda»

di Paolo Ardovino
Valentino secondo Antonio Marras: «Genio di un’altra dimensione. Lui e Armani hanno dettato la storia della moda»

Lo stilista algherese ricorda: «Il suo rosso è quello che scorre nelle vene». La generazione del Made in Italy, i vestiti per l’alta società, le donne-icona come Jackie Kennedy e Marisa Berenson

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Antonio Marras che ricorda Valentino Garavani equivale a un grande che ammira un gigante. Se ci sono abiti che profumano di arte, è perché qualcuno, da precursore, ha pensato alla moda come a una forma artistica, non solo come produzione artigianale. Le interpretazioni personali prendono strade diverse, ma chi c'è oggi, e lo stilista di Alghero è tra i grandi della moda italiana nel mondo, e non può non camminare sulle orme di chi quei percorsi li ha «creati, dettati, costruiti».

Nell’omaggio a Valentino, l'imperatore del rosso, Marras unisce un pensiero al trono vacante di re Giorgio Armani, che forse, tra le righe, sente più affine. Ma la fascinazione per lo stilista che ha dato una forma alla moda luxury è arrivata fino al laboratorio nella Riviera del Corallo. Marras e Valentino condividono una musa, tra i pochi fili direttamente in comune: Marisa Berenson.

Marras, il primo pensiero appena ha letto la notizia della morte di Valentino Garavani?

«Ho pensato che in poco tempo, nel giro di qualche mese, sono sparite due persone che hanno creato, dettato, costruito la storia della moda. Due esseri molto diversi, ma con uno stile preciso e personale, e sento un vuoto».

Valentino e Giorgio Armani, mancato a settembre 2025.

«Lasciano un vuoto incolmabile, forse il tempo porterà qualcuno che possa proseguire il cammino che hanno tracciato, ma per ora resta il grandissimo vuoto. Armani fino all’ultimo momento era lì che decideva le modelle e i vestiti, Valentino aveva deciso di ritirarsi prima. Ha deciso di dare un altro senso alla propria esistenza».

Anche se non si smette mai di essere stilisti, non crede?

«Questo è un lavoro importante. Non si fa, come invece fanno magari certi architetti, nel pomeriggio o nel fine settimana. Coinvolge la tua esistenza. Non conosce feste, riposi, orari. Credo il loro modo di procedere fosse simile, ma il risultato molto diverso».

Se pensa alla moda di Valentino a cosa pensa?

«Alle donne meravigliose, all’abito da sposa di Jackie Kennedy, a Marisa Berenson, alle donne che continuano a segnare un’epoca. Ci sono tante immagini indelebili. Armani aveva una bellezza raffinatissima e quotidiana, se penso a Valentino, penso all’alta società. E ai colori che usavano».

Me ne parli.

«Armani è sempre stato l’esaltazione del grigio. Un colore che per quanto mi riguarda adoro, anche se detesto le cose intermedie. Il grigio dovrebbe stare lì, ma non è vero, per me è un’ombra proiettata dal nero, come la tonalità che dà il caffè quando lo usi sulla carta».

E il famigerato rosso Valentino?

«Il rosso fondamentale, il rosso sangue delle vene, il legame tra le persone, le arterie dove scorre il liquido vermiglio. Era la sua cifra. Questo suo modo di esprimersi era così identificativo, ed è una cosa molto difficile perché siamo sommersi da mille proposte e mille stimoli. Il concetto di moda o del vestire è molto importante, e l’abito è lo specchio della società. È lettura del mondo che ci circonda, ho sempre pensato che lo stilista non possa vivere avulso da ciò che abbiamo attorno».

Nel suo percorso creativo Valentino chi era? Un mito a cui ispirarsi o dal quale allontanarsi?

«No, no, no... nessuna delle due. Sono sempre stato un osservatore silenzioso. Ci sono cose che a me piacciono, che non so se le capisco ma mi smuovono dentro o toccano determinate corde. E ci sono cose bellissime che ho difficoltà a riconoscere, ma sono talmente lontane da me che ne sono affascinato. Riconosco la totale genialità di un uomo come lui, nella moda ma non solo: viveva in un’altra dimensione, fatta di jetset, castelli, barche, ville, fenicotteri. Non è una figura comune, ma un essere eccezionalmente dotato di sensibilità e bellezza».

L’ha mai conosciuto?

«Credo di averlo sfiorato, eravamo a una cena di Vogue. Però no, non ci ho mai parlato».

C’è una foto che è tornata a girare in queste ore: una foto di gruppo davanti al Duomo di Milano con i mostri sacri della generazione anni ’80 di stilisti. Armani, Valentino, Fendi, Krizia, Versace, Missoni, Ferré, Moschino, Soprani, Schon, Biagiotti. Quanto hanno influito su voi che siete arrivati dopo?

«È una generazione che ha rappresentato la nascita del Made in Italy. Ha gettato le fondamenta di tutto quello che è arrivato dopo, e dove spiccava l’individualità di ognuno. Tutto quello che c’è stato dopo non sarebbe mai accaduto senza di loro. Hanno costruito, ognuno a modo suo, con un punto di vista diverso, la riconoscibilità che ha reso l’Italia quello che è oggi».

Ora la curiosità è capire come prosegue un impero come quello di Valentino. Dal 2024 la direzione artistica è affidata ad Alessandro Michele, cosa pensa di lui?

«Ha una visione, che si chiama “Alessandro Michele”. Così. Se è stato scelto, sapevano che avrebbe fatto quel che lui sa fare. Ha già adattato la sua visione al mondo di Valentino, così come aveva fatto prima con Gucci, dove aveva ricreato uno stile. Ma d’altronde la scelta immagino sia stata valutata e sviscerata. Lui ha coerenza e un punto di vista fermo».

Marras, devo chiederglielo: e il suo rosso qual è? Che posto ha nelle sue creazioni?

«Il rosso mio è porpora, è più sanguigno, legato alle origini».

Quali?

«Il rosso del commercio che portavano avanti i fenici, con la porpora che era considerata l’oro dei tempi antichi. E questi molluschi, dai quali si ricava, rappresentano quello che scorre sugli interni di tutti i miei capi. Il rosso porpora è il mio cordone ombelicale tra la Sardegna e il mondo».

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