La Nuova Sardegna

L’intervista

La testimonianza choc di una sarda a Minneapolis: «Viviamo in un incubo, con l’Ice nessuno si sente più al sicuro»

di Rachele Falchi
La testimonianza choc di una sarda a Minneapolis: «Viviamo in un incubo, con l’Ice nessuno si sente più al sicuro»

Pierangela Garau, pittrice di Ozieri, racconta il clima di terrore: «Abbiamo paura anche a uscire di casa»

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Minneapolis non è una città di confine, non è una periferia dell’America profonda. È una metropoli del Midwest, ordinata, verde, con una lunga tradizione di accoglienza e convivenza. Per anni è stata una delle destinazioni simbolo per rifugiati e migranti, un laboratorio sociale in cui l’integrazione è pratica quotidiana. Oggi, invece, è diventata uno dei luoghi in cui si misura più chiaramente il cambio di passo delle politiche federali sull’immigrazione volute dal presidente Donald Trump. Le operazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) - un corpo federale i cui membri operano a volto coperto - hanno alterato la vita ordinaria e ordinata della città: controlli, rastrellamenti, arresti, tensioni diffuse, immagini di violenza che circolano senza sosta, vere e proprie esecuzioni ai danni di cittadini comuni. Non si tratta solo di cronaca, ma di un clima che incide sui gesti più semplici: uscire di casa, andare al lavoro, fare la spesa. La paura è esplosa, ora si deposita. Diventa il quotidiano, prudenza, silenzio, sospetto. Dentro questo scenario vive Pierangela Garau, illustratrice e pittrice originaria di Ozieri, da quattro anni residente a Minneapolis insieme al marito. Il suo racconto non è quello di un’attivista, ma di una cittadina straniera che assiste allo sgretolarsi di certezze date per acquisite. Anche per chi è regolare, anche per chi viene dall’Europa. La sua voce restituisce il senso di una frattura che attraversa l’America di oggi e arriva fino alle comunità più lontane, compresa quella sarda.

Che aria si respira oggi a Minneapolis?

«Non è semplice. C’è tanta preoccupazione e molta tensione. Siamo costantemente bombardati dai media con immagini forti, e questo rende difficile vivere la quotidianità come se fosse una situazione normale. Si avverte chiaramente che qualcosa si è rotto».

Quando ha avuto la sensazione che la situazione stesse degenerando?

«Già dalla scorsa estate si iniziava a percepire qualcosa, ma sembrava legato a controlli sull’immigrazione legale, quindi diverso da quello che è successo in seguito. Dopo Natale, però, con questa task force e l’enforcement dell’Ice, tutto è cambiato. Ci siamo trovati dentro un brutto incubo».

Essere una cittadina straniera in questo contesto cosa significa, concretamente?

«Significa non sentirsi al sicuro. Né io né mio marito ci sentiamo tranquilli. Bisogna stare attenti agli spostamenti, portare sempre con sé i documenti. Non è più una normalità. Ci sono famiglie che non escono di casa, che non vanno nemmeno al supermercato perché anche quello è diventato un luogo di pericolo». Questa paura riguarda solo gli immigrati irregolari?

«No. È una paura che attraversa tutti. È dura anche per gli stessi cittadini americani, ma per un immigrato lo è ancora di più. Ci si sente immigrati a tutti gli effetti, non desiderati. La discriminante, in queste ultime settimane, è stata l’accento, il colore della pelle».

Ha mai pensato di lasciare tutto e tornare indietro?

«Sì, è un pensiero che attraversa la mente. Quando vedi i diritti violati, persone portate via dalle loro case senza controlli reali, senza che possano far valere la propria identità, ti senti impotente. La paura più grande è proprio perdere i diritti».

Perché, secondo lei, Minneapolis è diventata uno dei centri di questa escalation?

«È una città storicamente molto accogliente, con una forte presenza di rifugiati e immigrati. Ci sono molte entità che lavorano per aiutare le persone in difficoltà. Probabilmente questo ha attirato maggiore attenzione. La percentuale di immigrati qui è più alta rispetto ad altre realtà».

Nonostante tutto, parla spesso di una comunità unita. In che modo si manifesta questa solidarietà? «È qualcosa di molto concreto. Ci sono raccolte fondi, di cibo, aiuti per le famiglie con bambini. Anche tra vicini di casa ci si sostiene. Non ci si sente abbandonati. Minneapolis ha dimostrato una grande capacità di unirsi in un momento difficile».

Lei è un’artista. Questo contesto ha inciso anche sul suo lavoro?

«Io sono una pittrice e illustratrice. Qui ho trovato spazio per il mio lavoro e per raccontare la Sardegna attraverso l’arte. Gli americani sono molto interessati alla nostra cultura, la trovano misteriosa. Da questo punto di vista, Minneapolis resta un luogo che offre tanto agli artisti».

Che differenze ha notato tra il periodo precedente e l’attuale clima politico negli Stati Uniti?

«Le differenze si vedono e si sentono, anche a livello economico. Le piccole attività sono quelle che soffrono di più. È un contesto che influisce sull’economia globale, non solo americana. Però qui in Minnesota c’è un forte spirito di adattamento: si cerca comunque di andare avanti».

Qual è oggi la speranza più grande?

«Che questa escalation si fermi davvero. Che si possa tornare a una normalità in cui i diritti abbiano valore, in cui non vengano schiacciati in modo così brutale. Quello che mi resta impresso, nonostante tutto, è la resilienza di questa comunità, la sua capacità di restare unita e pacifica».

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