I ponti della Sardegna, dai più alti e più lunghi a quelli più antichi – La classifica
Viaggio tra le opere che tengono insieme l’isola, sospese tra ingegneria, storia e panorami mozzafiato
Sassari La Sardegna è un’isola di ponti che spesso non si vedono: nascosti tra canyon, gole e valloni, tengono insieme un territorio difficile senza la spettacolarità delle grandi opere metropolitane. Eppure, se si va a guardare misure, altezze e storie, il quadro è tutt’altro che marginale.
Il ponte sul Flumendosa, il gigante nascosto tra Gadoni e Seulo
Sulla strada provinciale che collega Gadoni a Seulo, nel cuore montuoso dell’isola, il ponte sul Flumendosa è il principale candidato al titolo di ponte più alto della Sardegna. La struttura, in cemento precompresso a travata continua, supera i 500 metri di lunghezza complessiva, articolata in dieci campate di circa 48 metri ciascuna, e svetta per qualcosa come 115–120 metri sul fondo della valle del Flumendosa, a seconda dei rilievi. È un viadotto che sembra quasi appoggiato sul vuoto, sospeso tra due versanti scoscesi, con il fiume che scorre piccolo e lontano in basso: non è un caso che venga spesso citato anche tra i ponti più alti d’Europa, pur restando un’infrastruttura poco conosciuta al grande pubblico.
Il viadotto Mannu e i fratelli maggiori dell’interno
Se si cambia parametro e si guarda non tanto all’altezza quanto alla campata unica più lunga, il primato spetta al viadotto Mannu, sulla strada provinciale tra Sassari e Ittiri. Completato a metà anni Novanta, questo ponte a travi a sbalzo in cemento armato ha una luce centrale di 160 metri, sorretta da piloni che raggiungono i 73 metri di altezza. È una struttura slanciata, che scavalca il rio Mannu con un unico grande salto, diventata nel tempo un riferimento per gli addetti ai lavori e un passaggio obbligato per chi si muove tra il capoluogo e l’entroterra.
Nella zona di Mamoiada, lungo i tracciati che incidono i rilievi del Nuorese, spiccano poi il viadotto Sa Pruna e il viadotto Navile. Sono opere gemelle, sviluppate su linee curve che seguono il profilo della valle, con altezze nell’ordine dei 100–120 metri e campate di circa 70 metri; il Navile, in particolare, raggiunge una lunghezza complessiva intorno ai 780 metri. Pur non superando i record di altezza del ponte sul Flumendosa, formano uno dei complessi viari più spettacolari dell’interno sardo, dove il nastro d’asfalto si appoggia su piloni che sembrano crescere direttamente dalla roccia.
Tra le opere di rilievo va ricordato anche il ponte Emanuela Loi nell’area di Cagliari, citato in alcune classifiche divulgative come il ponte più alto del capoluogo. Le stime parlano di circa 59 metri di altezza e poco più di 80 di lunghezza: numeri inferiori rispetto ai viadotti montani, ma con un forte valore simbolico e urbano, perché inseriti in un contesto cittadino in trasformazione.
La 131 Dcn, la “superstrada dei viadotti” tra Nuoro e Olbia
Se c’è un’arteria che incarna l’idea di “strada dei viadotti”, questa è la statale 131 Diramazione Centrale Nuorese, la superstrada che da Abbasanta risale verso Nuoro e poi scende in direzione Olbia. In poco più di 140 chilometri attraversa altipiani, valloni e gole, costringendo i progettisti a una lunga sequenza di ponti che tagliano a mezza costa il fianco delle montagne.
Tra i più citato, in particolare, c’è il viadotto Sos Puttos, nel territorio di Dorgali, al chilometro 66,8, oggetto di interventi di risanamento strutturale perché considerato uno dei manufatti più delicati e strategici del tracciato. Altri viadotti, in zona di Siniscola e Budoni, vengono descritti come “alti viadotti” nel tratto panoramico verso il mare, dove la carreggiata corre sospesa tra il verde dei versanti e, in lontananza, l’azzurro della costa.
A differenza dei casi di Gadoni–Seulo o del Mannu, però, per i viadotti della 131 Dcn non sono facilmente reperibili in chiaro dati ufficiali su altezze e luci di campata tali da cambiare la classifica dei primati regionali. Si tratta comunque di opere notevoli sul piano ingegneristico, essenziali per la mobilità interna e per collegare l’area di Nuoro e dell’Ogliastra con la Gallura e i porti del nord est, ma il loro ruolo è più quello di una costellazione di infrastrutture diffuse che non di “giganti” isolati.
I ponti romani che resistono: quando il traffico era quello delle legioni
Accanto ai viadotti in cemento del Novecento e del Duemila, la Sardegna conserva un piccolo patrimonio di ponti romani che raccontano un’altra stagione di attraversamenti: quella in cui l’isola veniva dotata di una rete stradale durante l’impero. Il più monumentale è il ponte romano di Ozieri, noto come Pont’Ezzu, cioè “ponte vecchio”. L’opera è articolata in sei arcate a tutto sesto di dimensioni decrescenti dal centro verso le estremità, con una lunghezza misurata oggi di circa 87,5 metri, una larghezza di poco più di quattro metri e un’altezza massima di circa otto metri sul corso d’acqua. Per dimensioni e stato di conservazione è una delle testimonianze più significative dell’ingegneria stradale romana in Sardegna.
Un altro tassello importante è il ponte romano di Porto Torres, che scavalca il Rio Mannu con sette arcate ancora ben riconoscibili. Oltre al valore archeologico, ha avuto per secoli una funzione strategica: era il passaggio obbligato tra il porto e l’interno, il punto in cui il traffico di merci e persone si concentrava lungo la direttrice nord-occidentale dell’isola.
Diverso ma altrettanto simbolico è il ponte romano di Sant’Antioco, il Ponti Mannu, che in origine collegava la terraferma all’isola attraverso una serie di piccoli isolotti, fungendo da cerniera tra l’istmo e il resto della Sardegna. A differenza dei ponti sui fiumi, qui non si supera un corso d’acqua ma un braccio di mare: una soluzione tecnica e politica al tempo stesso, perché rendeva stabile un collegamento che rafforzava il ruolo di Sant’Antioco nella geografia romana del Mediterraneo occidentale.
Se si prova, con le cautele del caso, a ordinarli per sviluppo complessivo, i dati disponibili consentono di indicare il ponte di Ozieri come il più lungo, con i suoi quasi 90 metri; seguono il ponte di Porto Torres, più corto ma con un numero maggiore di arcate, e Su Ponti Mannu di Sant’Antioco, dalle dimensioni più contenute ma con un peso strategico unico.
I ponti più scenografici: quando il panorama conta quanto l’ingegneria
Accanto ai giganti di cemento e ai ponti romani, ci sono poi alcune strutture che meritano un posto a sé per il paesaggio che incorniciano più che per i numeri assoluti. Il Ponte Vecchio di Bosa, ad esempio, è diventato quasi un logo della città: tre arcate in trachite rossastra sull’unico fiume navigabile della Sardegna, il Temo, con alle spalle le facciate colorate del centro storico e, più in alto, il castello di Serravalle. In diverse classifiche nazionali è stato inserito tra i ponti più belli d’Italia, non tanto per la tecnica costruttiva, quanto per quella prospettiva unica che mette nella stessa inquadratura acqua, pietra e case pastello.
All’estremo nord dell’isola, il collegamento tra La Maddalena e Caprera ha un fascino diverso ma altrettanto potente. Il ponte sul Passo della Moneta è l’unico a unire le due isole maggiori dell’arcipelago: il primo era una struttura metallica girevole di fine Ottocento, poi sostituita da un ponte militare, oggi rimpiazzato da un impalcato moderno che consente il transito di auto e pedoni e lascia sotto di sé un varco per le imbarcazioni. Non ha misure record, ma è il punto in cui chi arriva a Caprera ha per la prima volta la sensazione fisica di “staccarsi” dalla Maddalena e di entrare in un’altra isola, sospeso per qualche secondo tra granito, vento e mare.
Più a ovest, tra Alghero e Fertilia, il ponte sul Calich aggiunge un altro tassello alla geografia sentimentale dei ponti sardi. Qui non si attraversa un fiume ma una laguna costiera, l’estany del Calich, una delle zone umide più importanti del nord-ovest. Sotto l’attuale infrastruttura stradale resistono ancora, protetti e non accessibili, i resti di un ponte romano lungo circa 90 metri, con tredici arcate: un doppio livello di lettura, in cui il ponte moderno porta traffico e il ponte antico regge la memoria, mentre tutt’intorno il paesaggio è fatto di canneti, uccelli migratori e acqua salmastra.
Questi tre ponti – Bosa, Moneta–Caprera, Calich – ricordano che non esiste solo la dimensione dei record. In Sardegna i ponti più amati, spesso, non sono quelli più alti o più lunghi, ma quelli che regalano la visuale più riconoscibile: una città riflessa nel fiume, un passo di mare tra due isole, una laguna che cambia colore con il vento.
Un’unica storia: attraversare i vuoti della geografia sarda
Messi in fila, questi ponti – dal viadotto sul Flumendosa al Mannu, dai viadotti Sa Pruna e Navile fino alle arcate in basalto di Ozieri e quelle di trachite di Bosa – permettono di leggere in filigrana la stessa esigenza che attraversa i secoli.
I grandi viadotti contemporanei raccontano la Sardegna della modernità: strade che provano a cucire territori fragili, superando vallate profonde e rilievi ripidi per collegare paesi isolati tra loro e con i principali centri urbani. I ponti romani, invece, sono la memoria fisica di un’isola che veniva inserita nella cartografia dell’impero attraverso pochi, cruciali punti di passaggio.
Oggi, guardare questi manufatti uno accanto all’altro – le travi in cemento precompresso che sfiorano i 120 metri di altezza e le arcate in pietra che resistono da duemila anni – significa riconoscere che la vera costante, sotto tecniche e materiali diversi, è sempre la stessa: trovare un modo per attraversare, con il minor rischio possibile, i vuoti della geografia sarda.
.png?f=detail_558&h=720&w=1280&$p$f$h$w=842ca91)