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La storia dell’insegnante Carola Farci: «Rinuncio a metà dello stipendio e mi prendo cura del pianeta»

di Massimo Sechi
La storia dell’insegnante Carola Farci: «Rinuncio a metà dello stipendio e mi prendo cura del pianeta»

«Ho scelto di vivere con un contratto part time, per sei mesi all’anno porto avanti progetti ambientali e sociali in tutto il mondo»

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Sei mesi in cattedra, insegnando italiano e storia alle superiori, e gli altri sei in giro per il mondo lavorando da volontaria su progetti e iniziative ambientali e sociali. La scelta di vita della 36enne cagliaritana Carola Farci è di quelle a tanti può sembrare incomprensibili: ha chiesto e ottenuto un part time al suo istituto, rinunciando quindi alla metà dello stipendio, e ora dedica buona parte del suo tempo ad attività al servizio del pianeta.

Come nasce il suo impegno ambientale?

«È sempre stato presente, ma nel 2018 ho fatto un’esperienza come cooperante internazionale nei campi profughi Sahrawi, nel deserto dell’Algeria. Vivere dove manca quasi del tutto l’acqua fa capire quanto diamo per scontata la base stessa di una società. È stato estremamente formativo».

Poi arriva il Covid.

«È stato un momento di pausa che mi ha costretta a guardarmi intorno. Ho capito che non accettavo più uno stile di vita fatto solo di produzione e consumo. Ho chiesto un anno di aspettativa non retribuita: un anno senza stipendio. Sono partita con il mio cane e ho attraversato 11 Paesi dall’Italia meridionale, poi la Grecia, Turchia, Bulgaria, Macedonia, Kosovo, Albania, Montenegro, Croazia, Slovenia».

Con quale obiettivo?

«Pulire ogni giorno una spiaggia diversa e nei tratti dove non c’erano spiagge ripulire i fiumi. L’80% dei rifiuti marini arriva dai corsi d’acqua: intervenire lì significa prevenire. In sette mesi ho percorso 14mila chilometri e raccolto poco più di tre tonnellate di rifiuti».

Come si manteneva?

«Con la sharing economy: lavoravo in cambio di vitto e alloggio. Ho fatto di tutto: costruivo casette per insetti, lavori agricoli, perfino babysitter di maialini vietnamiti».

Un lavoro decisamente inusuale

«Sì, è una storia tragicomica. Sono stata assunta da una coppia in Montenegro, lui aveva vissuto sempre a Dallas lei un’oligarca russa che come regalo per il fidanzamento gli aveva donato un maialino. Lei però lo voleva mangiare e questo ha creato grandi litigi così hanno deciso di far accoppiare il maialino e salvarlo ma per mangiare poi i figli. Il mio compito era intrattenerli fino a quando arrivava il momento di essere mangiati. Una cosa terribile».

Ritorniamo all’attività ambientalista. Al ritorno dal viaggio sono nati altri progetti.

«Avevo portato a casa circa 80 chili di oggetti riutilizzabili, ad esempio palloni da calcio o tazze. Li abbiamo messi all’asta e con il ricavato, insieme ad un’azienda che si occupa di riforestazione, “Treeonfy”, abbiamo piantato 6mila alberi nel mondo, in Indonesia, in Kenya, in Honduras, in Nepal e ad Haiti. Poi ho scritto un libro “Plastichiadi” e portato avanti nuovi progetti in Italia. In Sardegna una lotteria ci ha permesso di finanziare la borsa di studio di una ragazza keniota vittima di mutilazione genitale che in questo modo ha potuto studiare alle superiori».

Così nasce l’associazione Rebelterra.

«Sì, volevo smettere di fare le cose da sola. È in quel momento che ho chiesto il part-time a scuola: ora insegno sei mesi e gli altri sei mesi li dedico ai progetti ambientali. Viaggiare e proteggere il pianeta sono collegati: innamorarsi dei luoghi è la prima arma per difenderli».

Uno dei primi progetti è in Kenya.

«Con Rebelterra abbiamo creato un progetto nei villaggi Masai per portare la connessione internet. Poi con un gruppo di ragazze Masai vittime di mutilazione genitale abbiamo creato una scuola green per formarle sul tema della crisi climatica. Abbiamo coinvolto circa 1850 studenti e piantato 400 alberi davanti alle scuole. Spesso gli studenti sono costretti a fare lezione all’aperto in zone dove ci sono delle forti ondate di calore. In questo modo siamo riusciti a creare dell’ombra naturale che permette loro di fare lezione in condizioni più accettabili»

Qui entra in gioco anche il tema dell’acqua.

«Sì. Il fiume vicino ai villaggi si era prosciugato. Piantare alberi serve a ricostruire il microsuolo e favorire il ritorno del ciclo dell’acqua. È natyo così un progetto necessario che la nostra associazione sta portando avanti insieme ad un’associazione del Kenya».

Parla spesso di turismo rigenerativo di cosa si tratta?

«È un passo oltre il turismo sostenibile. Non si limita a non fare danni: rigenera i territori. I viaggiatori finanziano e partecipano a progetti locali. L’anno scorso, ad esempio, in Kenya ma a Mombasa siamo andati a studiare gli ippopotami che rappresentano un problema per i villaggi. A volte possono essere aggressivi e capitano incidenti anche gravi. Gli abitanti, quindi, tendono ad ucciderli ma sono fondamentali per gli habitat delle zone umide e dei fiumi. Così abbiamo fatto un progetto di sensibilizzazione nei villaggi e poi a livello pratico chi ha partecipato ha piantato mangrovie che costituiscono l’habitat principale degli ippopotami».

Chi partecipa cosa trova?

«Un’esperienza vera. Si vive con le comunità locali, senza comfort garantiti. Non è una vacanza come le altre, è soprattutto comprensione del territorio. Le persone ritornano cambiate».

Molti chiederanno chi glielo fa fare e non mancheranno le critiche?

«Capisco che possa succedere. Però la verità è che vengo da una posizione di privilegio: non ho figli e quindi mi posso permettermi di lavorare sei mesi l’anno. Ma questo non esclude l’impegno locale. In Sardegna con Rebelterra organizziamo cleanup: l’anno scorso abbiamo recuperato 4 tonnellate di rifiuti. Si può agire ovunque, anche nel proprio giardino».

Il prossimo obiettivo?

«Un progetto a Capo Verde. Vogliamo ricostruire la barriera corallina piantando coralli per proteggere le tartarughe marine. È un lavoro fisico, sott’acqua, ma fondamentale per ricreare habitat distrutti. L'altro grande sogno è tornare a fare un progetto più grosso a Raja Ampat in Indonesia, dove ho già piantato coralli anni fa».

Praticamente non si ferma mai

«Sì, sono dell'idea che da soli siamo niente, insieme siamo tutto, otto miliardi di persone che fanno ciascuna la propria parte possono cambiare tutto».

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