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L’intervista ad Antonio Gramsci, nipote del fondatore del Pci: «La Sardegna mi manca, sono orgoglioso di mio nonno»

Claudio Zoccheddu
L’intervista ad Antonio Gramsci, nipote del fondatore del Pci: «La Sardegna mi manca, sono orgoglioso di mio nonno»

I legami e i ricordi: «Vivo a Mosca ma spero di poter tornare quando finirà la guerra»

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Quando il telefono squilla è inevitabile scorrere mentalmente le pagine della Storia. Perché la voce dall’altro capo della linea arriva dal passato, in un certo senso. Sono solo due ore, il fuso orario di Mosca, ma la sensazione rimane. Perché dalla capitale russa risponde Antonio Gramsci, nipote omonimo del fondatore del Pci che ha ereditato dal nonno l’amore incondizionato per la sua terra di origine e la passione per la scrittura. La vita di Antonio, però, è diversa da quella di Gramsci: figlio di Giuliano e di Julija Apollonovna Šucht, ha ereditato dal padre la passione per la musica e ha sviluppato quella per la matematica. Poi è conseguito una laurea in biologia che gli ha aperto la strada al mondo dell’insegnamento.

La passione politica è nata dopo, in età adulta, quando ha iniziato ad esplorare la vita del nonno e della sua famiglia, che ha raccontato in tre libri: “La Russia di mio nonno. L’album familiare degli Schucht”, “I miei nonni nella rivoluzione. Gli Schucht e Gramsci” e “La storia di una famiglia rivoluzionaria. Antonio Gramsci e gli Schucht tra la Russia e l’Italia”. Oggi, però, preferisce parlare delle sue origini e del legame con la terra dei suoi avi.

Buongiorno Antonio, come sta?

«Bene, grazie. Mi fa piacere fare una chiacchierata in italiano».

Immagino che dalle sue parti siano giornate complicate.

«Sta iniziando il disgelo. Fino a poco tempo fa c’erano anche 25 gradi sotto zero. Adesso però nevica, non è un buon periodo».

Condizioni che le provocheranno una certa nostalgia della Sardegna.

«Mi manca molto. È vero, ho tanta nostalgia. Tornerò appena sarà possibile, quando arriverà la pace. Spero che accada presto perché adesso viaggiare è molto complicato».

Quanto è profondo il suo legame con l’isola?

«Molto. Sono nato a Mosca, sono russo, ho la cittadinanza italiana ma mi sento anche sardo».

Ricorda la prima volta in Sardegna?

«Certo, era il 1978 e avevo tredici anni. Ero venuto con mio padre e sono riuscito ad instaurare un rapporto molto profondo con Ghilarza, il paese di mio nonno. Ricordo i miei cugini della famiglia Paulesu. Ero un ragazzino, giocavamo, correvamo per le strade. Era bello. Sono tornato spesso a Ghilarza e ogni volta mi sento come se fossi a casa».

L’ultima volta?

«Era il 2019, prima della pandemia. Purtroppo è passato tanto tempo. A Mosca c’è un circolo sardo e ho tre colleghi sardi che ogni tanto mi parlano in limba. Mi diverte molto, anche se in realtà non capisco il sardo».

Quindi i russi conoscono la Sardegna?

«Poco, purtroppo. Alcuni frequentano la Costa Smeralda ma in linea di massima non è considerata un luogo accessibile: troppo cara. I russi preferiscono mete meno costose, come la Turchia o la Grecia».

Lei invece la conosce molto bene.

«L’ho girata tutta, dal nord al sud. Conosco tanti paesi, tante persone. Ho imparato le sue tradizioni e ho studiato la sua musica».

A proposito, ha studiato a Santu Lussurgiu come suo nonno.

«È stata una tappa importantissima nella mia formazione, ho frequentato corsi estivi di musica antica, soprattutto rinascimentale e barocca. Negli anni ’90 sono venuto più volte a Santu Lussurgiu».

I russi poi sono sempre stati attratti dalla musica leggera italiana. Lei ha anche suonato con Al Bano, giusto?

«Si, una decina di anni fa è venuto nella nostra scuola. L’ho accompagnato alle percussioni. È stato molto divertente»

D’altra parte i russi sono sempre stati attratti dalla cultura italiana. Questo sentimento è cambiato da quando è iniziata la guerra?

«L’amore e la simpatia per italiani non è affatto diminuita. L’Italia poi non si è comportata radicalmente come hanno fatto altri paesi come Inghilterra, Germania o Stati Uniti. Siete stati più moderati, anche se in linea con l’Unione europea. Ma la stima per gli italiani e per l’Italia è così forte che è davvero difficile distruggerla».

Invece com’è vista la figura di suo nonno?

«In realtà il pensiero di mio nonno non è molto conosciuto in Russia. Diciamo che la sua eredità non pesa sulle mie spalle. Sono un cittadino ordinario, le mie origini non sono importanti come invece lo sono in Italia. Qua è molto più conosciuto Togliatti»

Questo però non la renderà meno orgoglioso.

«Certo. Essere il nipote di un grande uomo, come era mio nonno, mi rende molto responsabile. Sono orgogliosissimo delle mie origini e ho studiato il lavoro di mio nonno. In realtà gli ho dedicato molto tempo e molti sforzi. Ho contribuito alle ricerche su Gramsci, l’ho fatto di mia iniziativa e anche in collaborazione con la Fondazione. Anzi, ho ancora tanto materiale a disposizione».

In effetti anni fa aveva annunciato di essere pronto a scrivere un nuovo libro. Cos’è successo?

«I miei rapporti con la fondazione sono diminuiti e che spero si rinnovino presto. Sono comunque pronto, sto aspettando i giusti presupposti».

Visto che lo ha citato prima, le faccio una domanda secca: Gramsci o Togliatti?

«Non posso risponderle in una sola parola. Direi così: politicamente Togliatti, intellettualmente Gramsci. Mio nonno ha avuto poco tempo e poche occasioni per fare attività politica, Togliatti ha lasciato una traccia più profonda nella vita politica italiana e mondiale».

A proposito, lei ha avuto un rapporto diretto con la politica italiana.

«Tempo fa ho studiato ed esplorato la sinistra italiana. Ho ancora tanti amici tra i rappresentanti della sinistra, molti del Pd, altri di Rifondazione. Penso sia normale, ho ereditato un chiaro legame con la politica italiana. Una volta ero iscritto al Partito Comunista di Marco Rizzo, eravamo amici».

Poi?

«Sono uscito, non mi è piaciuta la sua passione per lo stalinismo. Adesso però Rizzo è cambiato, parla di sovranità popolare. Un tema interessante».

Lasciamo la politica, qual è la sua passione?

«Sono due, in realtà. La matematica e la musica. Ho scritto molti libri sulla matematica divulgativa perché cerco una strada per rendere la matematica più interessante. I miei libri sono stati pubblicati in Russia e mi piacerebbe che potessero essere tradotti in italiano e pubblicati in Italia. E poi c’è la musica. Suono molti strumenti e ho fatto parte di diverse formazioni di musica antica ed epica»

Sono anche le materie che insegna, giusto?

«Giusto. Le insegno nella scuola italiana Italo Calvino, insieme alle scienze naturali»

Dove lavorano i suoi colleghi sardi. Prima raccontava che ogni tanto le parlano in sardo... dica la verità, qualcosa avrà pur imparato?

«No, no (ride, ndr). Non scherzavo. E dire che in Sardegna, in passato, incontravo persone che parlavano solo sardo. Eppure non ho mai imparato»

Allora ci provo io: “ci vediamo in Sardegna?” si dice “si bideusu in Sardigna?”

«Va bene, si bideusu». 

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