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Il personaggio

Dario Zara e la sua tromba sul tetto del mondo: «Suonerò sull’Himalaya a 7mila metri» – La storia e il progetto di solidarietà

di Rachele Falchi
Dario Zara e la sua tromba sul tetto del mondo: «Suonerò sull’Himalaya a 7mila metri» – La storia e il progetto di solidarietà

L’avventura del musicista-alpinista: «L’impresa è legata a una raccolta fondi per i giovani nepalesi in piazza contro il Governo»

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Sassari La Himlung Himal, una montagna di 7126 metri, in Himalaya, al confine con il Tibet. Raggiungere la sua vetta è una tra le imprese più difficili anche per gli atleti più esperti. Ma per lui non è sufficiente: «Scalare giusto per il gusto di farlo mi sembrava un po’ arrogante, un atto egoistico in questo momento storico».  Dario Zara parte da qui. Dal dubbio. Dalla necessità di dare un senso a un’impresa che, sulla carta, sarebbe già enorme così: un settemila himalayano, un mese di spedizione, l’attesa della “finestra meteo”, l’attacco alla vetta con il fiato corto e il gelo addosso.

Il protagonista

Trentatré anni, selargino, trombettista classico freelance tra Italia ed Europa, Dario Zara ha conosciuto il Nepal attraverso un compagno di studi al Conservatorio di Bolzano, oggi amico fraterno. L’invito al suo matrimonio è l’occasione per realizzare finalmente un sogno: «Vedere con i miei occhi la catena dell’Himalaya e tentare la scalata della vita», ci racconta da Kathmandu, da Patan Durbar Square, uno dei complessi monumentali più importanti al mondo, patrimonio Unesco. Ma la montagna, da sola, non basta. Così decide di unire le sue due grandi passioni «lo sport, in particolare l’alpinismo d’alta quota che ho sperimentato sulle Alpi, e la musica», ma per uno scopo preciso.

L’idea

L’idea è semplice e difficilissima: arrivare in cima e suonare la tromba in vetta. «Sono stati fatti tanti record ultimamente in alta quota», spiega, «ma tutti con strumenti a percussione o a pizzico. Strumenti a fiato rari, o addirittura non pervenuti». La sua sarebbe una sorta di primo esperimento al mondo: «Sarà una bella sfida anche per questo». Ma non è tutto. Perché a quelle quote il problema non è solo arrivare: «Il nemico più grande di uno strumento in metallo è il freddo», ci spiega, «ho messo la tromba nel congelatore tutta una notte per simulare le temperature che troverò in quota; i pistoni non scorrevano più». Il metallo si irrigidisce, l’aria è rarefatta, il fiato si fa sempre più corto. «Porterò con me una tromba interamente in plastica, bocchino compreso. È più leggera e dovrebbe resistere meglio al gelo», racconta. Durante l’attacco finale alla vetta, affiderà la sua vita agli Sherpa e tutto resterà al campo sosta a seimila metri. «Saremo liberi. A parte me, che dovrò portare lo strumento fino alla fine per regalare al tetto del mondo un concerto».

Il progetto

Eppure la vetta non è il centro del progetto. Lo è ciò che è accaduto nel settembre 2025 a Khatmandu. Le proteste, i giovani della GenZ - nati dopo il 1996 - in piazza contro un governo segnato da corruzione e censura. «La bellezza nella brutalità, purtroppo» - spiega - «La bellezza sta nel fatto che i giovani e le giovani nepalesi sono riusciti a scardinare e rovesciare un governo che li teneva al giogo, pagando sulla propria pelle il prezzo di una rinascita possibile per il loro Paese. Parliamo di 72 morti e più di duemila feriti», racconta Dario Zara. Un quarto della popolazione nepalese vive sotto la soglia di povertà. Il tasso di disoccupazione è al 12,6 per cento, e tra le generazioni più giovani supera il 20 per cento. Secondo Transparency International, il Nepal è lo stato più corrotto dell’Asia.

La raccolta fondi

In collaborazione con l’organizzazione non-profit Impact Initiative Nepal, Dario Zara ha deciso di legare la sua impresa in vetta ad un fundraising (Una vetta per la vita su www.gofoundme.com) a sostegno dei giovani coinvolti e feriti nelle violente rivolte e che non hanno le possibilità economiche per curarsi. «Non è soltanto volerli aiutare materialmente - spiega Dario - È anche voler supportare l’idea che sta al fondo di quella protesta». Ma quando gli si chiede quanto speri di raccogliere, sorprende: «Non tanto che qualcuno possa donare significativamente. Spero che quante più persone possano conoscere e prendere consapevolezza di ciò che sta vivendo questo popolo meraviglioso». Tra qualche giorno, il 5 marzo, si andrà a nuove elezioni nel Paese. Chiediamo a Dario Zara cosa si respira a Kathmandu: «Polvere, moltissima. Ma quello che respiro davvero è scetticismo» ammette. Le speranze che le cose possano cambiare nel breve periodo sono ben poche. Ma parlando con i suoi coetanei Dario dice di vedere accendersi un barlume di speranza nei loro occhi: «Magari non con queste elezioni. Magari non con le prossime. Però sentono di aver avviato un percorso di trasformazione profonda della coscienza sociale con i fatti dello scorso settembre». Per lui, la montagna diventa allora una metafora concreta, per se e per la società. «Mi piace affrontare la vetta perché credo che mi arricchisca e mi trasformi profondamente». E aggiunge: «Tutti dovremmo vivere questa vita cercando di lasciare il mondo in modo migliore rispetto a come l’abbiamo trovato, questo spero possa essere il mio piccolo contributo».

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