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Michele Sindona, l’ultimo persona ad averci parlato è un sardo: «Non è stato né omicidio né suicidio»

di Francesco Zizi
Michele Sindona, l’ultimo persona ad averci parlato è un sardo: «Non è stato né omicidio né suicidio»

L’intervista allo storico giornalista Rai a quarant’anni dalla morte del banchiere della mafia

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«Era un uomo che seminava dubbi e misteri, e prima di morire li lasciò anche a me». Ricorrono domani i quarant’anni dalla morte del faccendiere Michele Sindona, il “banchiere delle mafia” diventato uno dei simboli degli anni più torbidi della Repubblica, per i suoi rapporti che intrecciavano finanza, eversione di destra, Cosa nostra, P2 e Chiesa. Una fine che ancora oggi lascia più di qualche dubbio, consumata nel supercarcere di Voghera davanti a un caffè al potassio di cianuro. Ma c’è un dettaglio che rende questa storia interessante ancora oggi: poche ore prima di morire, Sindona parlò a lungo con un giornalista. L’ultimo. Bruno Merella, sassarese classe ’42 e storico inviato speciale Rai, fu anche l’ultimo civile a incrociare il suo sguardo, a raccogliere le sue parole e le sue richieste.

Merella, partiamo da lei, cosa prova ripensando a questa vicenda, avendola vissuta in prima persona?

«Io mi considero un sopravvissuto di quell’epoca. Quella stagione l’ho vissuta appieno e Sindona era un personaggio nero, nefasto, uno che ha seminato dubbi ovunque. E quei dubbi - prima di morire - li ha lasciati anche a me».

Ci riporti a quel giorno del 1986.

«Era il 18 marzo. Lavoravo nel programma “Spot” di Enzo Biagi. Dovevo partire per Fiesole per un servizio leggero, ma mi dirottarono al carcere di Voghera: si sapeva che in giornata sarebbe arrivata la condanna all’ergastolo di Sindona, accusato di essere il mandante dell’omicidio Ambrosoli, e Biagi lo voleva intervistare. Arrivammo con la troupe al carcere ma ci fu qualche problema perché serviva l’autorizzazione del ministro per intervistarlo, poi riuscimmo ad entrare e lo vidi».

Che impressione le fece?

«Alto, abito nero. Mi colpì il fatto delle mani, si teneva i pantaloni perché era senza cintura, in carcere la fanno togliere. Ma soprattutto mi diede l’impressione di un uomo lucidissimo, padrone del proprio destino. Non uno sconfitto. Chiacchierammo un po’, poi arrivò anche Biagi e iniziò l’intervista».

Di cosa parlaste?

«Mi chiese un favore: telefonare alla moglie per dire loro che sarebbe andata in onda la sua intervista in tv quella stessa sera. Mi diede sia il numero della moglie che quello del figlio, nel caso la prima non rispondesse. Voleva che lo vedessero tranquillo e sereno. Questo è un dettaglio importante: non sembrava un uomo disperato».

Eppure era stato appena condannato all’ergastolo.

«E infatti glielo dissi anch’io. E lui mi rispose che c’era un accordo con gli Stati Uniti per la sua estradizione, sapeva che prima o poi sarebbe uscito in qualche modo. La sua unica preoccupazione era piuttosto quella di riuscire a partire per l’America prima possibile, dove avrebbe pagato una cauzione milionaria per restare in libertà vigilata durante il processo sul crac della Franklin, una banca che lui usava anche per muovere i soldi dell’estremismo di destra, di Licio Gelli e della mafia italo-americana».

Poi cosa accadde?

«Finita l’intervista Biagi andò via di fretta per preparare la messa in onda, Sindona invece mi disse di ricordarmi di telefonare alla famiglia e mi indicò anche dove trovare la cabina telefonica. E così feci».

Il 20 marzo fu il giorno della “colazione” col cianuro, come venne a sapere dell’avvelenamento?

«Eravamo in un albergo di Firenze con la troupe della Rai, per recuperare quel famoso servizio a Fiesole. La mattina scesi nella hall dell’albergo e sentii parlare i colleghi di caffè, facevano battute del tipo “A noi hanno dato quello buono”, all’inizio non capii, poi mi diedero la notizia: Sindona avvelenato con un caffè al cianuro. Lì iniziai a pensare che venne ucciso, ma c’erano comunque dubbi».

Dubbi rafforzati anni dopo.

«Nel ’96 ero al carcere di Fornelli durante la visita di Giuliano Pisapia che al tempo era presidente della commissione giustizia alla Camera, in quel momento nelle celle dell’Asinara c’erano tra gli altri Vallanzasca e i dirottatori della Achille Lauro. Quando ci offrirono il caffè, io rifiutai ironizzando: “Non ne bevo più caffè in carcere dal caso Sindona”. Raccontai la storia, e un maresciallo mi disse una cosa che alimentò i miei dubbi: gli ultimi due agenti che erano con Sindona erano sardi, ed erano stati trasferiti dall’Asinara a Voghera, solo tre giorni prima e senza preavviso, senza legami con nessuno, quindi non poteva essere stato avvelenato».

E questo cosa le fece pensare?

«Che se qualcuno pensa a un avvelenamento dall’esterno, quel dettaglio lo mette in discussione. E in più penso, se si fosse voluto suicidare perché mi disse di voler essere estradato prima possibile in America e di telefonare alla famiglia? È questo l’enigma, secondo me non è stato né omicidio né suicidio».

Allora qual è la sua ipotesi?

«Lui voleva simulare qualcosa, magari per accelerare il ritorno negli Stati Uniti, probabilmente aveva il cianuro nascosto nel vestito, lo mise nel caffè ma sbagliò dose. Era uno disposto a tutto, una persona che arrivò a farsi sparare da un medico della mafia sotto anestesia per costruire una messinscena. Ma allo stesso tempo era legato alla famiglia, ai figli. Non era uno che voleva morire».

Quindi il mistero resta.

«Resta eccome. Michele Sindona ha portato con sé molti segreti tra P2, mafia, terrorismo nero e rapporti con la Chiesa. E forse anche la verità su quel caffè. Io, da allora, non l’ho più bevuto in carcere (ride, ndr)».

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