Carlo Lucarelli: «La Sardegna isola di banditi era un cliché, ora la criminalità è colonizzata»
Lo scrittore racconta i grandi misteri: «Mele e i Vinci dietro il Mostro di Firenze? Mai creduto alla pista sarda»
Maestro del racconto oscuro e voce inconfondibile del noir all’italiana, Carlo Lucarelli ha cambiato il modo di narrare il crimine nel nostro Paese, trasformando cronaca e misteri in uno specchio delle paure più profonde dell’essere umano. «Racconto cose oscure perché ci circondano, e ne siamo affascinati perché in realtà ci fanno paura» spiega, raccontando come ogni delitto, sia in realtà un viaggio nelle contraddizioni umane. Da Ustica al rapimento Orlandi, Lucarelli ha attraversato decenni di cronaca italiana diventando - negli ultimi anni - il padre ispiratore di una generazione di giovani che ora raccontano il “crime” sul web. Poi ci sono i casi che ci riguardano più da vicino, come quello della pista sarda nel filone del Mostro di Firenze, e la storica puntata di Blu notte sull’Anonima sequestri. «La criminalità è cambiata, la Sardegna forse è stata colonizzata anche in quello» spiega.
Lucarelli, per rompere il ghiaccio le chiedo, è consapevole di essere il padre ispiratore di tanti giovani che ora raccontano la cronaca nera su YouTube?
«Assolutamente no, non mi ci sento per niente. Io ho semplicemente individuato un modo per raccontare determinate cose, ma il noir e l’oscuro hanno sempre attratto».
Perché esiste questa fascinazione verso la cronaca nera e i misteri?
«Innanzitutto sono cose che ci “toccano” perché ci circondano, e quindi inevitabilmente ci fanno paura. Anche se c’è da dire che tutti i gialli attraggono anche in base a come vengono narrati, al netto di questo però, raccontare la cronaca significa anche raccontare le contraddizioni e le paure dell’essere umano, forse è questo che attrae veramente».
Lei ha anche raccontato l’Anonima sarda e la stagione dei sequestri su Blu Notte, che esperienza è stata?
«Raccontare quella stagione, e la criminalità - più o meno - organizzata in Sardegna mi ha fatto capire che certi cliché non corrispondono alla realtà, raccontando il fenomeno da esterno c’è sempre il rischio di cadere nei luoghi comuni. Si pensi a Orgosolo conosciuta come “la terra dei banditi”».
Un fenomeno che però è cambiato.
«In Sardegna non abbiamo trovato criminalità organizzata autoctona come in Campania, Sicilia o Calabria, però col tempo c’è stata sicuramente una evoluzione. Forse, con i dovuti distinguo, si assomiglia più alla Puglia, dove convivono diverse realtà criminali».
E anche gli “usi”, come gli assalti ai portavalori, sono gli stessi.
«Sì esatto, anche se poi ci sono notevoli differenze. Però parlando più in generale è ovvio che quando la criminalità cambia si arriva ad un punto in cui si viene colonizzati, un punto dove gli spazi criminali vengono occupati da altre organizzazioni. Sono ancora tutti aspetti da scoprire, come i rapporti tra bande sarde e mafia corsa, stupefacenti e armi».
Passiamo al tema della pista sarda nell’indagine sul Mostro di Firenze. A luglio 2025 la notizia sul Dna di Natalino Mele. Sapere che in realtà è figlio di Giovanni Vinci riapre veramente la pista sarda?
«Mah...non penso che i risultati dell’analisi sul Dna cambino molto, non ho mai creduto alla pista sarda, nonostante la bella serie uscita su Netflix. La notizia del Dna forse racconta altre cose piuttosto, come il contesto degli emigrati sardi».
Tra tutti i casi che ha raccontato qual è quello che l’ha colpita di più?
«Sono tante le storie che mi hanno colpito, anzi in realtà tutte. Se proprio devo dirne una, tra i casi di cronaca dico l’omicidio di Francesca Alinovi, professoressa del Dams. E poi, viste le mie origini, la strage della stazione di Bologna. È stato un avvenimento talmente importante che se si arrivasse a una verità cambierebbe l’Italia».
Quali sono i misteri che secondo lei non verranno mai svelati?
«Tanti, tutti quelli che hanno a che fare con la politica sicuramente. E poi i misteri vaticani: parliamo di uno Stato che è abituato a coprire i misteri, come quello su Emanuela Orlandi».
Nei casi di cronaca che ha narrato esistono dei caratteri condivisi?
«Diciamo che non c’è un filo comune che li unisce. Mi sembra però di raccontare ogni volta un modo di essere italiani, e a volte è un limite, capiamoci. Nei delitti poi non è che abbiamo notato evoluzioni, sì sono cambiati i mezzi, ma l’essere umano è sempre quello, dalle caverne ai giorni nostri».
Chiudiamo con leggerezza, ormai in Sardegna è di casa...
«Sono venuto tantissime volte, con Marcello Fois e altri amici sardi. Non sono mai stato un turista in realtà, sono sempre venuto per tour, incontri e presentazioni. Ma sono sempre stato in posti meravigliosi, ogni volta che vengo è una sorpresa. Poi io sono emiliano romagnolo, quindi l’aspetto culinario è fondamentale (ride, ndr)».
