Criminalità e droga, la sociologa: «Le maxi piantagioni stanno cambiando l’isola: meno biodiversità e più paura»
Antonietta Mazzette: «I rapporti con le mafie sono certi, la criminalità in Sardegna spesso è legata al mercato delle droghe»
Professoressa Mazzette, il mercato delle droghe è il vero filo conduttore tra vecchie e nuove criminalità nell’isola?
«Sì, è stato un momento di svolta della criminalità sarda. Dalle forme, diciamo così, tradizionali, a quelle che si inseriscono pienamente in processi criminali nazionali ed europei. Come osservatorio lo abbiamo analizzato almeno dieci anni fa».
I traffici di stupefacenti stanno cambiando l’isola, a partire dalle maxi piantagioni.
«Ci sono almeno due effetti innescati dal mercato delle droghe; il primo è l’alterazione fisica in ambito rurale e lo dobbiamo alla coltivazione della cannabis. Mette in pericolo la biodiversità. E poi l’alterazione del contesto urbano: cambiano parchi, vie, interi quartieri. Ed è una forma di violenza. In realtà c’è un terzo effetto, la violenza diretta data dalle vittime di queste droghe. Ce ne accorgiamo a posteriori, così come di una strada non più percorribile perché pericolosa, o una campagna senza più frutteti e campi di grano».
Parla di violenza. Il fenomeno del momento, nazionale e sardo, è quello delle baby gang. C’è una spiegazione?
«Tutti i rapporti ci raccontano un fenomeno in crescita, non ci sono ancora dati, ma indagini. Emerge una violenza giovanile per lo più senza motivi. Improvvisa. E questo crea inquietudine. Ma non è inasprendo le pene che riusciamo a risolvere il problema, intanto bisogna capirlo. E noi di questa generazione non sappiamo davvero niente».
Gli omicidi nell’isola sono calati, ma è un aspetto della criminalità che rimane, spesso legato ad alcuni territori.
«Sono diminuiti ma continuiamo a rilevare un’anomalia nella zona centro-orientale. Ci spinge a parlare di dualismo: la criminalità fisiologica, che si lega alle altre esperienze delle regioni del centro-nord, escludiamo qui gli omicidi di stampo mafioso, e una criminalità che sembra ancorata alle tradizioni».
Faide e vendette, è così?
«Apparentemente. Non è detto, piuttosto, che non siano legati a fenomeni più attuali come il mercato delle droghe e l’appropriazione illecita di beni. Ma rimaniamo cauti, non abbiamo ancora dati».
Un elemento che desta preoccupazione qual è?
«In Sardegna circolano molte armi. Come osservatorio lo ripetiamo da tempo: sul traffico illecito di armi bisogna fare una riflessione. Tenga presente che per la cultura pastorale era abbastanza normale portarsi dietro il fucile, o per la caccia, ma non tutti i cacciatori sono delinquenti, è ovvio. Che ci sia l’abitudine all’uso delle armi è chiaro. E nel tempo si è affinata».
In che senso?
«Pensi alla dinamica dell’assalto quasi militare alla Mondialpol di Sassari».
Quanto incide il rapporto con la criminalità organizzata di altre regioni?
«Nel 2006 avevamo azzardato l’ipotesi di collegamenti tra la criminalità locale e quella di stampo mafioso, anche internazionale. Ipotesi che venne vista con scetticismo».
Invece...
«Avevamo un fondamento, le sentenze messe a disposizione dal tribunale di Cagliari. E dalle ricostruzioni da intercettazioni erano emersi collegamenti profondi, dalla fine degli anni ’90. Ma al tempo non erano visibili e l’idea veniva rifiutata. C’è un’immagine della Sardegna che viene prodotta, rassicurante, e poi una realtà fondata sui dati».
