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Diciotto anni fa la morte di Dina Dore a Gavoi, un femminicidio su commissione del marito: la storia che sconvolse l’isola

di Serena Lullia
in Rocca sequestro e omicidio
in Rocca sequestro e omicidio

Il 26 marzo 2008 il corpo della 37enne fu ritrovato nel bagagliaio della sua auto in garage

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Gavoi Diciotto anni dopo, quello di Dina Dore resta un femminicidio che ha segnato la cronaca della Sardegna. Un femminicidio su commissione, brutale nelle modalità, a lungo accompagnato da una costruzione di menzogne pensata per depistare le indagini.

La sera del delitto

È la sera del 26 marzo 2008 quando la 37enne, madre della piccola Elisabetta, otto mesi, viene aggredita nel garage della sua abitazione a Gavoi. L’azione è rapida e mirata: Dina Dore viene immobilizzata con nastro adesivo alle mani, ai piedi e alla testa, utilizzato fino a impedirle di respirare. Subito dopo, il corpo viene sistemato nel bagagliaio dell’auto. La bambina resta all’interno dell’auto, nel seggiolino.

L’allarme e il ritrovamento

A dare l’allarme è il marito, che parla di un’aggressione e della scomparsa della moglie, facendo scattare le ricerche. L’auto viene individuata nel garage. Quando i carabinieri aprono il bagagliaio, trovano il corpo senza vita di Dina Dore, legato e immobilizzato con il nastro adesivo. La piccola Elisabetta viene recuperata ancora nel seggiolino.

Il finto sequestro e i depistaggi

Nelle ore successive prende forma la versione del sequestro di persona. Una pista che inizialmente orienta le indagini, rafforzata anche da una lettera anonima fatta trovare sull’auto, con riferimenti a un presunto rapimento. Ma non arrivano richieste di riscatto e, col tempo, quella ricostruzione si rivela un tentativo di depistaggio costruito per allontanare i sospetti dall’ambiente familiare.

La svolta

La svolta arriva anni nel 2013, a partire da una confidenza. Pierpaolo Contu, 17 anni all’epoca dei fatti, racconta a un conoscente di essere l’autore materiale dell’omicidio. Quel racconto viene poi riferito agli investigatori e diventa il punto di partenza della nuova inchiesta. A rafforzare il quadro contribuiscono anche le lettere anonime già acquisite, una delle quali indica nomi e dinamiche. Dai riscontri emerge il rapporto con il marito della vittima e il movente economico: al giovane sarebbe stata promessa una somma di circa 250mila euro o la casa di Rocca, per compiere il delitto.

Il movente e la relazione

Al centro della vicenda, secondo le sentenze, c’è la volontà di Francesco Rocca di liberarsi della moglie. Nel momento in cui Dina Dore entra in maternità, nello studio dentistico del marito lavora una giovane assistente, con cui Rocca intrattiene una relazione. È in questo contesto che matura la decisione di eliminare la moglie, evitando le conseguenze personali ed economiche di una separazione.

Le sentenze

La svolta porta agli arresti nel 2013. Rocca viene processato come mandante, Contu come esecutore. Il giovane viene condannato dal Tribunale per i minorenni. Per Rocca, la pena dell’ergastolo diventa definitiva nel 2019, al termine dei tre gradi di giudizio. Le sentenze descrivono un omicidio pianificato, maturato nel contesto familiare e accompagnato da un tentativo di depistaggio costruito nei dettagli.

L’elemento discusso

Resta nel tempo un elemento controverso: una traccia di Dna trovata sul nastro adesivo, non riconducibile né ai condannati né a persone identificate. Un punto più volte richiamato dalla difesa, ma che non modifica l’impianto della verità processuale.

Primo Piano
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