Gesto razzista in un bar di Rio de Janeiro, una turista rischia cinque anni di carcere: cosa è successo
Il caso ha acceso uno scontro politico e culturale tra Brasile e Argentina sul tema delle discriminazioni e della risposta della giustizia
Rio de Janeiro Il gesto, ripreso in video in un bar di Rio de Janeiro, ha fatto rapidamente il giro del web e ha trasformato una vicenda locale in un caso politico e giudiziario seguito in Brasile e in Argentina. Protagonista è Agostina Páez, 29 anni, turista argentina e avvocata, accusata di aver rivolto un insulto razzista ai camerieri del locale imitando una scimmia mentre si allontanava.
L’episodio risale alla notte del 14 gennaio. Secondo l’accusa, tutto sarebbe nato da una contestazione sul conto del bar. La donna ha sostenuto che a lei e alle due amiche fosse stato addebitato più del dovuto e ha raccontato che, mentre lasciavano il locale, alcuni dipendenti avrebbero rivolto loro gesti osceni. Le immagini delle telecamere di sicurezza, visionate dal New York Times, che ha riportato la vicenda, sembrerebbero mostrare un dipendente mentre provoca le turiste durante l’uscita dal bar. La procura, però, non ha commentato il filmato, richiamando il segreto sugli atti.
In Brasile la reazione è stata immediata. Páez è stata arrestata e incriminata per insulto razzista, reato previsto dalla legislazione brasiliana. Rischia una pena da due a cinque anni di carcere, oltre a multe elevate. Il tribunale di Rio de Janeiro ha iniziato a esaminare le prove il mese scorso e la sentenza è attesa nelle prossime settimane.
La donna ha chiesto scusa, ma ha detto di essere stata provocata. Ai media argentini ha sostenuto di non aver voluto essere razzista e ha definito il suo comportamento “una reazione emotiva”. Uno dei suoi legali, Sebastian Robles, ha ribadito che il gesto sarebbe stato una risposta alle provocazioni, pur riconoscendo che la sua assistita ha violato la legge brasiliana.
Per la procuratrice Fabíola Tardin, invece, la disputa sul conto non può in alcun modo giustificare quanto accaduto. Secondo l’accusa, il fatto che l’imputata sostenga di non conoscere la normativa brasiliana non la mette al riparo dalle conseguenze.
Il caso ha assunto un peso che va oltre il processo. In Argentina alcuni esponenti conservatori hanno descritto Páez come vittima di un sistema giudiziario eccessivo. Tra questi anche Lilia Lemoine, deputata vicina al presidente Javier Milei, che ha accusato il Brasile di voler trasformare la donna in un caso esemplare. Milei, esponente della destra libertaria, ha smantellato l’agenzia argentina che si occupava di contrasto alla discriminazione.
In Brasile, invece, il procedimento è stato letto da molti come la prova della solidità delle norme antirazziste. Il Paese, che ha abolito la schiavitù solo nel 1888, considera il razzismo un reato costituzionale dal 1988, anche se i procedimenti giudiziari restano poco frequenti. Negli ultimi anni, però, la pressione di attivisti e parlamentari ha portato a un rafforzamento delle misure contro la discriminazione.
Secondo la procura, il processo a Páez dimostra che queste leggi vengono applicate e che non si tratta di una vendetta, ma di una risposta giudiziaria a un danno concreto. Da gennaio la donna è rimasta sotto controllo delle autorità di Rio con braccialetto elettronico perché ritenuta a rischio fuga. Di recente, però, un giudice le ha consentito di rientrare in Argentina in attesa della sentenza, a fronte del pagamento di una cauzione da 20mila dollari. La somma è stata versata e, secondo il suo avvocato, la donna è rientrata nel suo Paese mercoledì.
In caso di condanna, potrebbe scontare una pena più breve in un carcere argentino oppure essere destinata ai servizi sociali. La procura ha inoltre chiesto decine di migliaia di dollari di risarcimento per i dipendenti del bar coinvolti nella vicenda. Per l’accusa, il messaggio deve essere chiaro: il Brasile non intende tollerare episodi di razzismo.
