Andrea Satta: «La mia vita tra palco e ambulatorio. La Sardegna? Una scoperta tardiva, purtroppo»
Il leader dei Têtes de Bois, pediatra nella periferia romana, si racconta: il padre deportato nel lager, il Limbara e Luogosanto, la passione per le due ruote, i bambini
Pediatra e artista. Due mestieri lontanissimi, ma solo a prima vista. Perché, che si trovi sul palco o nel suo ambulatorio nella periferia romana, lui li affronta con quello stesso trasporto, con quella stessa passione che, qualche lustro fa, gli hanno fatto intraprendere queste due strade. Parliamo di Andrea Satta, appunto pediatra e cantautore, frontman dei Têtes de Bois. Romano, vive dalla nascita nella periferia est della capitale, con origini in Sardegna, a Luogosanto, da dove il padre Gavino, docente di francese, si trasferì nel dopoguerra dopo essere scampato al campo di concentramento tedesco di Lengenfeld.
Andrea: cantautore, scrittore di fiabe per bambini, pediatra. Ma anche giornalista, ciclista, attore. C’è una gerarchia?
«È vero che ho scritto tanti articoli per l’Unità e il Manifesto, ma il giornalista fa un suo percorso, è iscritto all’Ordine e dunque non voglio prendermi ruoli che non ho. Quanto agli altri, sono tutte parti dello stesso viaggio. Quando vedo i bambini io penso siano degli artisti naturali: ti insegnano la spontaneità, sanno raggiungere gli altri, sanno prendersi la scena».
Quale passione è venuta fuori per prima?
«Forse la solitudine. Avendo quattro sorelle, trascorrevo molto tempo da solo. Uscivo a fare lunghe passeggiate da solo, facevo dei giochi da solo. Mi ero inventato il Giro d’Italia nella casa di mamma e papà. La tappa di pianura era in corridoio. Le poltrone del salotto, rigorosamente con il cellophane perché usate solo quando veniva qualcuno, erano la tappa di montagna. Lanciavo dei pezzi di carta e poi soffiavo. Mandavo in fuga i gregari e poi dovevo fare vincere i vari Moser, Saronni. Poi un giorno uno di quei gregari, Marcello Osler, l’ho anche conosciuto...».
Da allora la bicicletta non l’ha più abbandonata: ha seguito il Giro d’Italia e il Tour de France, e ancora oggi, tra palco a pedali e Transumanze, è una parte fondamentale della sua arte.
«È il collante di tutta la mia vita, è il momento dentro cui si sciolgono tutte le idee: c’è la circolarità del pedale, il ritmo che torna, la cadenza. La bicicletta è come una partitura musicale».
A proposito di musica, la passione c’è dall’infanzia, ci fu la possibilità di andare allo Zecchino d’oro, ma...
«...ma mio padre si oppose. Erano venuti a casa due amici di famiglia che lavoravano in Rai. Mio padre mi disse: “canta qualcosa”. Io feci “Mattino” di Al Bano. Piacqui. “Ci sarebbe la possibilità di portarlo con noi, farlo studiare e fargli fare lo Zecchino d’oro”. Ma mio padre li gelò: “il ragazzo deve studiare, siamo una famiglia unita”».
Addio sogno dell’Antoniano. Quando ha capito che il futuro era con il camice?
«Ero molto incerto tra Medicina, perché mi piaceva l’idea di dare una mano agli altri, e Architettura, perché ho sempre amato un mondo disegnato. La mattina dell’iscrizione all’università presi la decisione sull’autobus numero 30».
E fu Medicina.
«Mentre ero incerto sulla facoltà, una volta iscritto, ero sicurissimo che avrei voluto fare il pediatra. Perché sta nell’immaginario, sta in mezzo alla vita, alla pagina che ancora deve arrivare. E poi i bambini sono pieni di domande, hanno voglia di risposte, si fidano di te, ti chiedono di seguirli. I bambini sono lo slancio».
Possiamo dire che è un pediatra un po’ fuori dagli schemi?
«Non indosso il camice, mi chiamano Andrea, ci diamo tutti del tu. Il mio è un ambulatorio molto colorato, il mio numero di cellulare è fuori dalla porta. Ho capito che se non scappi la gente non ti insegue. In fondo, non sei altro che un amico che aiuta i genitori a crescere i figli. E se ricevo una chiamata di domenica vuole dire che serve il mio aiuto».
Come si conciliano l’ambulatorio e il palcoscenico?
«All’inizio mi sembrava di essere troppo pediatra per i musicisti e troppo musicista per i pediatri. Tutto è cambiato quando Paolo Rossi ci ha voluti a Sanremo 2007 nella serata delle cover. Mi arrivò un mazzo di fiori firmato dalle mamme dell’ambulatorio: “siamo in 40, tutte riunite per te”. Lì ho capito che loro erano più avanti di me».
Intanto, con il progetto Mamme narranti continua a promuovere l’integrazione tra culture.
«Tutto è nato dalla richiesta di una giovane madre che mi raccontò che, pur essendo a Roma da anni, si sentiva sola. Lì mi è venuta l’idea di appendere un foglio nell’ambulatorio e chiedere alle mamme come si addormentavano da piccole. Ebbene, sono 16 anni che ci incontriamo tutti i mesi. Siamo una chat di 180 mamme che provengono da 30 paesi diversi».
Perché proprio la domanda su come si addormentavano da bambine?
«Avrei potuto fare la domanda del dolore: quanto hai sofferto quando hai lasciato il tuo Paese? Ma questa, in genere, stimola la carità, la pietà. Ho preferito puntare sulla domanda dell’intimità, perché suscita la curiosità dell’altro ed è l’inizio del dialogo. E da questo dialogo viene fuori la relazione. Spesso pietà e carità sono a un verso solo, la curiosità invece aggancia, diventa un sentimento stabile».
A un certo punto, trentaquattro anni fa, la musica si riaffaccia nella sua vita e nascono i Têtes de Bois.
«Una grande e bella compagnia. Adesso faccio anche cose da solo, ma loro restano la mia famiglia, il mio collettivo di pensiero. Insieme facciamo il “palco a pedali”, il tributo a Leo Ferré, ma anche quando sono da solo porto con me Angelo (Pelini, ndr) che mi accompagna al piano. Angelo è uno che canta come pochissimi. È un grandissimo esperto di musica, di canzoni. Insieme a Luigi Manconi abbiamo una rubrica su Repubblica, ci firmiamo Têtes de Bois, ma è Angelo a fare la vera analisi».
Sul palco in questi anni ha incontrato colleghi che poi sono diventati amici: Staino, Riondino, Gianco, Nada, Rossi, Hendel, Di Giacomo, Hack e tanti altri.
«Pensavo proprio l’altro giorno in cui è morto David alla fortuna che ho avuto a incontrare la fantasia, tutte persone che hanno il lampo della genialità. Lo hanno Paolo Rossi, Ricky Gianco. Lo aveva Gianni Mura, Margherita Hack, Francesco Di Giacomo. Sergio Staino era un creativo puro».
Quest’estate la Transumanza, il suo viaggio in bici che attraversa l’Italia, sarà appunto dedicato alla creatività.
«Vogliamo reagire al buio pesto di questi mesi proprio con la creatività. Riproponendo la luce al posto del buio. E la luce sta dove c’è la creatività. Perciò faremo tappa nelle città degli autori dell’immaginario. Si parte dalla Scandicci di Staino, per poi andare nella Bologna di Benni, l’Omegna di Rodari, la Sanremo di Calvino, l’Ivrea di Salgari, la Collodi di Pinocchio».
E per quanto riguarda la musica?
«A gennaio uscirà il mio nuovo disco da solista: “La notte non mi fa paura”, che ho realizzato con il produttore artistico Giorgio Maria Condemi».
Ho lasciato alla fine la Sardegna, per certi versi una scoperta tardiva.
«C’ero stato poche volte, qualche vacanza, qualche concerto. Il mio ritorno in Sardegna ha coinciso con il recupero della storia di mio padre. Nello spettacolo “La fisarmonica verde” non mi faccio sconti. Mi chiedo perché non sono andato prima a vedere il campo di concentramento, perché non sono andato prima a visitare i luoghi della sua infanzia. Poi tutti questi posti - il Limbara, Vignola e ovviamente Luogosanto - li ho vissuti da solo, camminando da solo, ma certo della sua presenza. A quest’uomo ho voluto restituire una pagina di verità e giustizia e ho voluto che fosse conosciuta».
Gavino Satta fu deportato in un lager, vide i suoi 40 compagni morire bruciati, lui si salvò per miracolo. Ha mai pensato a cosa avrebbe pensato suo padre se avesse saputo che la sua storia sarebbe diventata uno spettacolo?
«C’è una cosa che è successa due Natali fa e penso sia il regalo più bello che mio padre avrebbe potuto ricevere. A casa mi è arrivata una cartolina di quelle che nessuno spedisce più. “Caro Andrea, sono il sindaco di Lengenfeld. Sappi che per me questa è casa tua”. Per me è stato un 25 aprile. Mai avrei potuto immaginare che il sindaco del paese del lager avrebbe mandato al figlio di un prigioniero una dichiarazione di cittadinanza. Lì capisci che la storia la fanno gli uomini. Il fatto che mio padre non si sia fatto giustizia da sé, pur potendo, è il migliore insegnamento di vita. Certo, quando ho iniziato a portare in giro “La fisarmonica verde” era lo spettacolo del “mai più”. Adesso, vedendo Gaza, è lo spettacolo del prima e dell’oggi. Non è più lo spettacolo per ricordarci di non ritornare a quei tempi, perché a quei tempi ci siamo tornati. E credo che mio padre, vedendolo, seduto in un angolo, si commuoverebbe».

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