La Nuova Sardegna

Il suicidio assistito

L’ultimo desiderio di Vittoria, malata e paralizzata: «Lasciatemi morire, voglio uscire di scena con dignità» – La storia

di Luigi Soriga

	Vittoria Gammone ha chiesto l'accesso al suicidio medicalmente assistito
Vittoria Gammone ha chiesto l'accesso al suicidio medicalmente assistito

La donna, 84 anni, combatte con la sclerosi multipla: «Ho fatto una bella vita, ora sono ingessata nel mio corpo. Ho presentato richiesta alla Asl, nessuno mi ha risposto»

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Sassari Vittoria Gammone ha 84 anni e un solo appuntamento al quale non vuole proprio mancare. Sono vent’anni che la sclerosi multipla le cammina dentro, un millimetro alla volta, spegnendo le luci, chiudendo le porte, sfilandole la vita da sotto i piedi fino a lasciarla lì. Ferma. Un’isola di carne in un mare di lenzuola. Per Vittoria, oggi, il traguardo più felice si chiama fine. «Non auguratemi in bocca al lupo. Ditemi piuttosto in bocca alla morte. Per me sarebbe la cosa più bella».

La storia di Vittoria

Il soffitto è bianco. Non ha niente di speciale, ma per Vittoria è diventato tutto. Lo guarda da giorni, mesi, anni. Una distesa bianca, immobile, che non restituisce niente: né tempo, né speranza. È la misura esatta della sua prigionia. Lei lo guarda e basta. «Quattro angoli chiari a perimetrare una quotidianità ridotta ai minimi termini. «Può essere vita, questa? Non posso muovermi, dipendo dagli altri, anche per un sorso d’acqua». Eppure non è sempre stato così. C’è stata un’altra Vittoria, una donna che riempiva lo spazio, che rideva, che ballava. «Con mio marito ci siamo divertiti. Ballare mi piaceva moltissimo. Sono soddisfatta di quello che ho fatto, non ho rimpianti». A Sindia aveva un negozio, e lo ha tenuto aperto sino a vent’anni fa. È in quel momento esatto che la sua vita, senza preavviso, ha deragliato. «Ero sempre stanca, non stavo bene». Quell’attimo preciso ha la voce di un medico, è l’attimo in cui le hanno detto la verità: «Signora, finirà su una sedia a rotelle». E le parole sanno essere più veloci del destino. «Volevo buttarmi dalla finestra già allora». La sua voce oggi è un filo di ferro che non si spezza. «Adesso non posso più fare nemmeno quello. Sono ferma. Ingessata nel mio stesso corpo. Non credevo mai che sarei finita a questo punto. Se sono andata avanti è perché non potevo nemmeno suicidarmi». Aspettava una legge, come si aspetta un treno che ti riporti a casa. La Svizzera era un miraggio troppo lontano. Irraggiungibile.

La legge e la scelta di Vittoria

Poi qualcosa è cambiato, la svolta in Sardegna. «Quando è uscita qui la legge ero felicissima, sono stata la prima a fare le pratiche». La richiesta di accesso al suicidio medicalmente assistito è stata presentata all’Asl di Nuoro il 10 febbraio 2026. Da allora il silenzio. Burocrazia e umanità hanno tempi differenti. «Mi sento abbandonata. Sono una cittadina, no? Meriterei almeno un messaggio, una riga per dire che sanno che esisto». Il punto, per lei, non è la morte. È la vita che resta. C’è una dignità che non urla, in Vittoria. È una dignità che ha fretta. Ha fretta perché ha paura che il braccio, quello che ancora risponde ai comandi, decida di ammutinarsi prima del tempo. Vuole essere lei a premere l’ultimo interruttore. Vuole che la sua fine le appartenga, come le apparteneva quel modo di ballare anni fa. «Se mi dicessero domani veniamo… sarei la donna più felice del mondo». Accanto a lei c’è sua figlia, Emanuela Materazzo. Ha attraversato il deserto che ogni figlio teme: il conflitto tra il desiderio egoistico di trattenere, e l'atto d'amore supremo di lasciar andare. «Vorrei che stesse con me il più a lungo possibile, ma sarebbe solo egoismo. Ci ho messo un mese a capire la scelta di mamma». A metabolizzare un addio che non ha i colori del lutto, ma quelli della liberazione: «Guardare giorno e notte il soffitto non è vita. Se fossi al suo posto, farei lo stesso». Da dieci anni la casa di Emanuela è il guscio di Vittoria. «Mamma non è un peso. Non la vedo come una disabile, per me è solo la mia mamma». Prende una pausa, poi ammette: «All'inizio pensavo fosse solo uno sfogo per il dolore, in quelle giornate di dolore insopportabile, in cui nemmeno la morfina le dà consolazione. Poi ho capito che era consapevolezza».

«Chiedo rispetto»

Vittoria Gammone non chiede pietà, chiede rispetto. Chiede che la sua volontà venga ascoltata prima che il soffitto diventi l’unica cosa che i suoi occhi stanchi siano costretti a fissare per sempre. Chiede, semplicemente, di poter decidere quando è il momento di spegnere la luce. E di poter premere l’interruttore della sua esistenza. Da qualche parte, negli uffici della burocrazia sarda, c’è una pratica che porta il suo nome. «Vorrei che si mettessero una mano sulla coscienza, e provassero per un attimo a immaginare la mia condizione e la mia sofferenza. Vorrei uscire di scena con dignità, e con il rispetto che merito». Senza diventare uno spettatore immobile della propria agonia. «Ai miei figli dico: vi ho amato… vado via con tutto il bene che vi voglio». E a tutti gli altri e al mondo intero: «Auguratemi in bocca alla morte, non scomodate il lupo». Se ne andrà così Vittoria, con l’amore che lascia ai suoi figli e quel desiderio di tornare a essere, finalmente, leggera. Oltre il dolore. Oltre il soffitto. Oltre tutto. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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