«Con il gruppo tutto al femminile sfatiamo i tabù del canto a tenore. E piacciamo anche ai maschi»- guarda il VIDEO
Il trio di Ilaria Orefice, Martina Tiddia e Vanessa Pistis reinterpreta la millenaria tradizione maschile: «si sta aprendo uno spazio nuovo, tante donne sono orgogliose di noi»
Un esperimento che ha incantato Instagram: il canto a tenore, simbolo identitario della Sardegna e da sempre legato a una tradizione maschile, aperto a una nuova interpretazione tutta al femminile. Il video del trio guidato da Ilaria Orefice - insieme a Martina Tiddia e Vanessa Pistis - è brevissimo, ma ha già acceso il dibattito su questa nuova frontiera, raccogliendo attenzione e reazioni anche tra gli stessi cantori tradizionali.
Cantante, ricercatrice vocale e insegnante, Orefice è tra le figure più attive nello studio e nella divulgazione del canto armonico e gutturale, con esperienze e riconoscimenti anche a livello internazionale.
Da dove nasce il suo percorso nel canto?
«Sono una cantante, ricercatrice vocale e insegnante di canto. Questo progetto nasce da oltre 16 anni di esperienza nel campo della vocalità. Nel tempo mi sono specializzata nel canto armonico difonico e nei canti di gola della tradizione popolare. Ho fondato la scuola Cantodifonico.eu e lavoro anche come vocal coach, esplorando le potenzialità più nascoste della voce».
Lei insiste molto sul valore del canto sardo: perché?
«In Sardegna tendiamo a snobbare il nostro canto tradizionale, relegandolo a qualcosa di interno, maschile e folkloristico. È un condizionamento che contrasta con quello che proviamo quando lo ascoltiamo: è un canto ancestrale, che smuove sensazioni profonde. Siamo cresciuti pensando che sia un’espressione solo barbaricina, ma è il momento di superare questo limite».
Di cosa si occupa concretamente oggi?
«Sono di Mogoro e insegno anche alla scuola civica di musica di Oristano. Porto avanti una scuola di canto armonico e gutturale, lavorando sulle corde vocali e sulle loro possibilità espressive. Sono inoltre l’unica insegnante donna di throat singing in Italia». Quanta base scientifica e ricerca c’è nel suo lavoro?
«Tantissima. Anche grazie alle risorse rese disponibili dal lavoro di Marco Lutzu, Bastiano Pillosu e Gigi Oliva la mia ricerca sul funzionamento anatomico del canto armonico, anche sardoè stata molto più consapevole. È stata pubblicata su PubMed e ripresa da riviste americane come The Journal of Voice e Atlas Obscura. Questo mi ha portato a insegnare all’estero, al conservatorio di Cracovia e in Danimarca per esempio, e ad avere in Sardegna studenti arrivati dall’università americana di Berkeley, Lund University Svezia e Valencia».
Che effetto le ha fatto vedere il canto sardo con gli occhi degli stranieri?
«È stato illuminante. Mi ha fatto capire quanto sia prezioso il nostro patrimonio. Da lì è nato il mio impegno come divulgatrice: ho il privilegio di fare da ponte, di creare connessioni e far conoscere questa tecnica».
Come è nato il vostro progetto al femminile sul canto a tenore?
«Mi sono avvicinata con grande umiltà. Non sono un cantore tradizionale e non vengo da quel mondo. Il trio è composto da me, che eseguo il bassu, da Martina Tiddia che esegue la voce di contra e da Vanessa Pistis alla mesu oghe. Ora cerchiamo la quarta boghe solista. Abbiamo iniziato a sperimentare insieme però in due, con Martina. E già al primo tentativo abbiamo sentito qualcosa di potentissimo: ci siamo guardate e ci siamo messe a piangere. Tra noi tre poi si è creata una sintonia fortissima che oggi ci permette di lavorare in maniera molto affiatata».
Qual è stata la reazione dei cantori tradizionali?
«Inaspettatamente positiva. Abbiamo fatto ascoltare le nostre prime prove agli esperti, per rispetto e correttezza, e sono rimasti colpiti, offrendoci supporto. Il loro parere per noi è fondamentale. Un riconoscimento recente è quello di Daniele Cossellu, sa oghe dei Tenores di Bitti Remunnu, preziosissimo».
E il pubblico?
«Abbiamo trovato più resistenze tra alcune persone, anche con critiche poco simpatiche. Ma per noi contano le “autorità”, cioè i cantori e gli esperti. Il video è stato analizzato da loro prima della pubblicazione».
Sentite di aver rotto un tabù?
«Inevitabilmente, sì. Qualcuno aveva già provato con ensemble femminili, ma sempre a voce pulita. Noi siamo le prime a utilizzare la tecnica completa. È stato un passo importante e non ce lo aspettavamo».
Che risposta avete ricevuto dalle donne?
«Un entusiasmo fortissimo. Tante sono orgogliose e vogliono avvicinarsi a questa pratica. Si sta aprendo uno spazio nuovo: i tempi sono maturi per un cambio di prospettiva».
C’è anche chi teme che questo possa alterare la tradizione. È davvero possibile?
«No. Una breve esibizione non può intaccare una tradizione millenaria. Al contrario, apre nuove possibilità di esplorazione e divulgazione. Il rischio vero è che queste pratiche si perdano». Qual è il futuro del progetto? «La nostra è una scuola itinerante: la Sardegna resta il punto di partenza e di arrivo, ma vogliamo aprirci al mondo. Chi viene qui va poi impara direttamente dai cantori, vive i luoghi, i suoni, i profumi. È un tutt’uno».

