La Nuova Sardegna

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L’intervista

Il maestro del fumetto Igort si racconta: «Sardegna soffocante ma la amo, da anni fuggo e poi ci ritorno»

di Paolo Ardovino
Il maestro del fumetto Igort si racconta: «Sardegna soffocante ma la amo, da anni fuggo e poi ci ritorno»

Il maestro del fumetto in libreria con il diario di viaggio “A cavallo con i poeti”: cos’è il Giappone, i contrasti dell’isola, i viaggi, la creatività senza limiti

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Igort, la provoco: ma lei come convive con l’essere considerato un maestro?  «Non ci penso neanche, e imparo continuamente dagli autori più giovani». Sì, però lei viene davvero venerato.

«Essere un maestro no, non penso mi riguardi molto, mi imbarazza anche». Va bene. Igort, e cioè Igor Tuveri, 67 anni, nato a Cagliari, è un punto di riferimento per il fumetto italiano e per l’illustrazione internazionale, ha unito l’avanguardia bolognese al tratto francese, è stato accolto nella grande scuola giapponese ed è diventato una personalità creativa multiforme. Igort è uno dei nostri maestri (anche se non gli piace sentirselo dire) del fumetto, ma è anche sceneggiatore, regista (ha diretto Toni Servillo in “5 è il numero perfetto”), musicista. «I limiti li poniamo noi. Le regole delle arti, per quanto diverse, sono le stesse: la ricerca di profondità e ritmo». In questo periodo Igort è in giro per presentare il libro illustrato “A cavallo con i poeti” (Einaudi).

Partiamo da qui, ha dato vita a un desiderio: andare a spasso per i luoghi dei propri miti, nel suo caso il poeta Basho e il pittore Hokusai. Che viaggio è stato?

«Non mi interessavano come figure mitiche ma più in quanto archetipo di artista nel senso stretto, che intende l’arte come forma di conoscenza e approfondimento spirituale. Erano nomadi, e il nomadismo era vissuto come chiave di conoscenza e quindi di profondità anche interiore. Cercavano il lampo, che in giapponese si chiama “Satori”: un brandello di verità che precede l’uomo».

Lei cosa cercava?

«Mi interessava questa ricerca, capire com’è perdersi nella natura inseguendo rotte non necessariamente prefissate: mi faceva pensare all’idea di bellezza che non è l’estetica per come la conosciamo in Occidente ma bellezza nuda, pudica, molto poco appariscente».

Cosa c’è alla base di questa fascinazione verso l’Oriente?

«Sulla cultura giapponese ho scritto sette libri per capirlo. E ancora non ci sono riuscito (ride, ndr). Da bambino ero innamorato della cultura americana, la grafica, la cinematografia; crescendo ho approfondito quella europea, e quindi francese, greca, tedesca; diciamo che in una terza fase ho scoperto l’Asia. La mia cultura è meticcia, amo poter prendere ciò che mi serve. Una volta, parlando con Battiato, mi disse: quello che ti piace in realtà non ti influenza, semplicemente rivela aspetti di te che ancora non conoscevi».

Dal Giappone cosa ha preso?

«Ha una visione differente che è stato interessante attraversare. Ci ho vissuto per mesi e poi ci sono tornato 26 volte. Chi è nato in un’isola riconosce la forma del Giappone. Ha una lingua che come il sardo pone il verbo alla fine. Diciamo che l’approdo in Giappone mi ha fatto comprendere che le radici sono mobili».

Perché ha lasciato la sua, di isola?

«A fine anni ’70, quando sono partito, era molto più isolata. Era soffocante. Per decenni, quando tornavo, dopo tre giorni sentivo già il mare stringermi la gola. È un posto che amo moltissimo, ma dal quale fuggo continuamente per poi tornarci. È attrazione e fuga».

Ho letto che ha voluto far nascere le sue figlie in Sardegna, mentre era in giro per il mondo.

«È vero, l’isola nella sua durezza la devi conoscere. Abitavo a Parigi, poco prima a New York, però ho voluto che nascessero in Sardegna e sapessero cos’è».

E cosa significa?

«La Sardegna non è la Sicilia, non ha la costa vicina, oltre il mare lo chiamiamo continente. Nascere in un’isola così vuol dire che devi volerlo attraversare, il mare, o altrimenti vieni inghiottito. Ho tanti amici di talento, che però sono stati assorbiti dall’immobilismo della Sardegna».

La prima presentazione di “A cavallo con i poeti” è stata con Marcello Fois, entrambi sardi ora trapiantati a Bologna. Da fuori sembra un microcosmo pieno di stimoli.

«Una città molto creativa, lo avverti per la presenza massiccia di scrittori, disegnatori, musicisti, per esempio, ecco, in Sardegna agli inizi non c’era nessuno che faceva il mio lavoro o che potessi frequentare. Queste cose, in qualche modo, psicologicamente, forse influiscono».

Per questo ha attraversato molti luoghi nella sua vita?

«Parigi è una città bella ma un po’ ostile, Tokyo piena di artisti, anche se adesso c’è un po’ meno energia. Viaggiare significa incontrare, ma nelle città non vado nei luoghi fisici, cerco l’invisibile».

Vale a dire?

«Quella sensazione che non è data solo dal cibo o dalle architetture, mi interessa per esempio il concetto di tempo. In Asia si dice scorra al contrario (ride)».

Non posso non riportarla in Sardegna, perché la sensazione è che qui il tempo sia dilatato?

«Dilatato... è vero, anche a me pare così. Però è anche perché da ragazzo andare da Cagliari a Sassari in treno sembrava dover arrivare al Polo nord. Oggi in due ore e mezza da Bologna arrivi a Roma».

Oggi in due ore e mezza ancora non si arriva da Cagliari a Sassari.

«Sul tempo, bisogna vedere anche come gira rispetto all’uso che se ne fa. Il problema è che nell’isola quando occorre costruire a volte è difficile fare davvero le cose, mettersi d’accordo... non è un caso che c’è la criminalità organizzata in tutto il sud e noi sardi non siamo riusciti a organizzarci neanche in questo (ride). Per fortuna».

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