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Dal Museo Nivola a Mont’e Prama, Luca Cheri racconta: «Dobbiamo accogliere i visitatori, non pensiamo solo a fare numeri»

di Caterina Cossu
Dal Museo Nivola a Mont’e Prama, Luca Cheri racconta: «Dobbiamo accogliere i visitatori, non pensiamo solo a fare numeri»

L’ex direttore della struttura di Orani, ora alla guida del complesso museale a Tharros: «La pubblicità non basta, dobbiamo credere di più nelle nostre potenzialità»

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«Più mi allontanavo da Sarule, più Sarule e l’isola mi richiamavano. Sono un barbaricino nato sotto ai lecci: è stato un legame potente, anche quando ho vissuto lontano». Luca Cheri oggi è il direttore del complesso museale di Mont’e Prama, ma ci è arrivato dopo una lunga carriera al museo Nivola. Appena laureato in beni culturali a Sassari però se n’era andato in Spagna, prima per un Master e poi per studiare teatro clownerie . «Pensavo che l’avrei fatto per sempre, invece poi la vita mi ha riportato a Sassari, e così inizio il dottorato in Storia e cultura del Mediterraneo».

Nel 2015 trova la vocazione vera: inizia a occuparsi di museologia e museografia, e non lascia più quel mondo. Cosa vuol dire per lei dirigere un museo o curare una mostra?

«Vuol dire “avere cura” in senso letterale: dell’artista, dei pezzi, dell’allestimento, della scelta dei colori, del brillo del pavimento, dell’accoglienza del visitatore. È prendersi la responsabilità perché hai un privilegio: il compito di rendere quel contenuto culturale bello e fruibile per chiunque, accessibile fisicamente e intellettualmente. Significa accogliere».

Dieci anni al Nivola, cosa le hanno lasciato?

«Ho iniziato con un contratto part-time e sono cresciuto in azienda. La mia formazione è stata accanto a Giuliana Altea, quando è stata presidente della Fondazione Nivola, e Antonella Camarda direttrice. Sono passato dal ruolo dell’accoglienza all’ideazione dei programmi pubblici, la didattica, l’organizzazione dello staff, ho curato singole mostre, fino alla direzione per 4 anni. È stata una crescita caratterizzata dal dialogo costante con la presidenza e la direzione artistica del museo. La presenza di Costantino Nivola per noi era il faro, l’esempio della sua vita e del suo concetto di arte, è sempre stato presente in tutte le cose che abbiamo fatto, soprattutto nella scelta delle aperture degli spazi a iniziative parallele alla collezione permanente. L’impostazione è stata quella della formazione continua e mi accompagna tutt’ora».

Durante la sua gestione, il museo Nivola ha visto una crescita esponenziale delle presenze e del suo posizionamento. Come si fa?

«Non abbiamo affatto lavorato soltanto ed esclusivamente per far crescere il numero degli ingressi o fare in modo che il museo diventasse un luogo turistico. Abbiamo lavorato soprattutto perché il museo diventasse il luogo dove stare, un luogo aperto alla comunità e che la prendesse per mano, le sue associazioni, che costituisse una rete salda e calendari ricchi, facendo in modo che assumesse il ruolo di epicentro e guida per via del fatto di avere già una struttura organizzativa definita, senza prevaricazioni. Il dialogo è stata la chiave della crescita del museo. Negli anni poi c’è stata una stima fortissima di carattere scientifico e professionale, che pian piano si è trasformata in un legame affettivo molto forte, li considero parte integrante della mia famiglia».

Lei è riuscito anche a riportare i giovani nel museo, penso agli appuntamenti di musica alternativa e sperimentale che sono diventati poi un appuntamento fisso.

«Il coinvolgimento dei giovani è stato stabile e propositivo, abbiamo lasciato loro la possibilità di interpretare quegli spazi e loro gli hanno cucito addosso eventi dove potessero aggregarsi. Hanno visto in noi una realtà istituzionale strutturata e solida, ma allo stesso tempo aperta e siamo riusciti a collaborare con loro diventando punto di riferimento per esempio per l’accesso ai bandi e il dialogo con l’amministrazione. Penso al progetto Escape, in collaborazione con Le ragazze terribili di Sassari e ad Here I Stay appunto, il festival internazionale di musica alternativa e indipendente. Siamo diventati residenza di arti visive o di musicisti, designer, attori. Laboratori in collaborazione con le scuole, che hanno portato i bambini a vedere il museo come un luogo familiare. Non è mai mancato il mercatino dei prodotti tipici, che io ho voluto fortemente perché gli oranesi si riappriopriassero della loro istituzione. Qui c’è ancora il lavatoio, i cittadini vengono ancora a prendere l’acqua. Si è creata una bella commistione, una visione di museo di comunità».

Con Mont’e Prama lei oggi torna all’archeologia, il suo primo amore.

«Sono molto orgoglioso di questa opportunità ed è stata una sensazione di immergersi nel passato, visto che ultimamente mi ero occupato prevalentemente di arte contemporanea. E sono molto orgoglioso dell’esordio con la Fondazione Mont’e Prama che ha promosso al Museo Diocesano Arborense la mostra “Tharros. Time Upon Time”. Il percorso espositivo era dedicato alla storia millenaria dell’antica città di Tharros tra reperti, documenti e installazioni multimediali, e l’allestimento ha condensato tutte le cose che ho appreso nella mia formazione».

Come immagina la Sardegna dell’arte e della cultura?

«Un dialogo tra l’arte contemporanea e internazionale con la Sardegna è urgente. Abbandonare la banalizzazione del folklore per fare scelte curatoriali a monte, una visione che dia un messaggio, non che pensi al risultato e al dato numerico. Educare al gusto è una necessità, oggi più che mai, e rimane una missione difficile. Il dialogo con il pubblico va tenuto su un piano democratico, certo, ma a sorreggerlo serve la fermezza della competenza. Altrimenti l’armonia tra istituzione e società non nasce dal confronto, ma dall’uniformità imposta».

Come far diventare realtà allora questi propositi?

«Quello che vorrei è che il pubblico non avesse una visione passiva ma che lo si accompagnasse in un recepire criticamente l’offerta artistica che ha davanti, educarlo a criticare, in senso greco. Devi portare il visitatore a fidarsi di te e di quello che gli mostri, e questo si costruisce solo con la credibilità dell’istituzione e delle persone che ci lavorano. Evitare quindi prima di tutto le banalizzazioni, lì si perde la fiducia totalmente. I programmi culturali li fanno i professionisti, ma se manca il dialogo si parla una lingua che nessuno comprende».

Chi manca oggi nei musei?

«La mia missione è sempre stata portare al museo chi non ci sarebbe andato mai, gli ultimi, i dimenticati. È facilissimo fare numeri con i turisti, i gruppi, le scuole. Bisogna scalzare le pietre, arrivare a riempire le sale con chi non si sarebbe mai avvicinato, per disinteresse o remore».

Ci vuole tanta pubblicità allora?

«Non solo. Ci voglio tante attività, diverse e stratificate. Attività di educazione, di trasmissione del sapere. Bisogna credere nelle potenzialità del luogo in cui si lavora, guardarlo con gli occhi degli altri».

Spesso però nell’isola programmi e offerte culturali si sovrappongono.

«Torniamo al dialogo, anche tra enti e istituzioni. Non più una costellazione di piccoli musei dove brillano le città stato e gli altri arrancano, ma un programma strutturato dove ognuno conservi la propria specificità e il proprio valore, direttori che collaborino tra loro e con la classe politica per fuggire dal modello del turismo da aeroporto e pensare a una stagione a 365 giorni l’anno, con tappe e collaborazioni, dove chi è più strutturato collabori per la crescita di chi è più piccolo. In questo, il modello del Distretto culturale del nuorese è d’esempio, può essere un sistema replicabile su scala regionale. Anche per arrivare all’obiettivo di suddividere e ripartire i finanziamenti in un’ottica di redistribuzione globale, non di assegnazione a chi fa di più».

Si riferisce ai bandi regionali?

«Non solo, c’è un panorama europeo a cui attingere che spesso è poco conosciuto, così come i confini del mondo intero possono essere travalicati, per attivare collaborazioni e trovare fondi. In questo, la circolarità di competenze e capacità è determinante per creare lo sviluppo. Non possiamo rimanere nella nostra bolla, aspettare i turisti d’estate e poi stare fermi».

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