La Nuova Sardegna

Il personaggio

Belve Crime, chi è Roberto Savi: dalla Banda della Uno Bianca ai rapporti con i Servizi segreti

Belve Crime, chi è Roberto Savi: dalla Banda della Uno Bianca ai rapporti con i Servizi segreti

L’ex poliziotto: «Avevamo protezione dagli “apparati”»

3 MINUTI DI LETTURA





Dal carcere di Bollate e dopo 32 anni di silenzio, Roberto Savi, capo della Banda della Uno Bianca, risponde alle domande di Francesca Fagnani in un faccia a faccia che andrà in onda stasera, martedì 5 maggio, a “Belve Crime”.

L'intervista verte su uno dei fatti di sangue più controversi della storia della Uno Bianca: l’omicidio nell’armeria di via Volturno, a Bologna, il 2 maggio del 1991, in cui furono uccisi la titolare Licia Ansaloni e il suo collaboratore, l’ex carabiniere Pietro Capolungo.

Chi è Roberto Savi

Roberto Savi, ex poliziotto, è considerato il vertice della cosiddetta Banda della Uno bianca: un gruppo capace di seminare paura per anni con azioni rapide, spietate e difficili da collegare tra loro.

Tra il 1987 e il 1994 il gruppo colpisce senza sosta, accumulando oltre cento episodi tra rapine, assalti e agguati. Caselli autostradali, banche, uffici postali: bersagli diversi, modalità sempre efficaci. A rendere tutto ancora più inquietante è la capacità di muoversi con metodo, come se conoscessero in anticipo le mosse degli investigatori, riuscendo così a sfuggire a lungo a ogni tentativo di cattura.

La svolta arriva quasi per caso, nel novembre 1994. Un controllo sul territorio porta l’attenzione su Fabio Savi, il fratello di Roberto. A notarlo sono l’ispettore Luciano Baglioni e il sovrintendente Pietro Costanza, che da tempo studiano i movimenti della banda e hanno predisposto appostamenti mirati. Un dettaglio apparentemente banale - una targa sporca - li spinge a seguire quell’auto fino a una villetta a Torriana, nel Riminese.

Da lì, l’indagine prende velocità. Gli accertamenti su Fabio Savi rivelano la presenza di diverse armi, tra cui una collegata alla Strage del Pilastro, uno degli episodi più gravi attribuiti alla banda. Ulteriori verifiche portano anche a Roberto: pure lui risulta in possesso di un’arma compatibile con quella utilizzata nello stesso delitto. A quel punto, il confronto tra gli identikit diffusi anni prima e le fotografie non lascia spazio a dubbi.

L’arresto di Roberto Savi avviene in Questura a Bologna. Nel frattempo Fabio tenta di scappare insieme alla compagna Eva Mikula, ma viene bloccato al confine con l’Austria. È l’effetto domino: nel giro di poco tempo finiscono in manette anche gli altri componenti del gruppo - Alberto Savi, Pietro Gugliotta, Marino Occhipinti e Luca Vallicelli.

L’intervista a Belve

Messo alle strette dalle domande di Francesca Fagnani sui fatti via Volturno, Savi afferma che non si trattò di una rapina, come invece stabilito dalle sentenze: «Ma va la, la rapina… Chi va a rapinare pistole? Non avevamo nient’altro che pistole in quella casa» è la rilevazione di Savi. «Qual era il motivo?», chiede Fagnani. «Lui era ex dei servizi particolari dei Carabinieri. Volevano una scusa, farlo fuori in qualche maniera. Che scusa prendiamo?» svela Savi.

«Tornavo a Roma per parlare con i Servizi»

Savi ammette anche che quella è stata una delle azioni che alla banda veniva chiesta dagli “apparati”. «Ogni tanto venivamo chiamati: “Facciamo così, e facevamo così”», racconta l’ex poliziotto. «Com’è stato possibile?» affonda ancora Fagnani, «che per sette anni siete andati avanti senza essere scoperti? Come mai non vi hanno preso? Non le sembrava strano?». «Un po’ sì», risponde Savi con un sorriso beffardo.

«C’è stata una copertura della rete investigativa?», incalza la giornalista. E il criminale rivela: «Sono subentrati personaggi non delinquenti che ci hanno garantito protezione. Ci sentivamo sicuri di muoverci», racconta, aggiungendo un importante dettaglio legato alla sua frequente presenza a Roma in quegli anni: «Tutte le settimane, passavo due o tre giorni a Roma».

«Con chi parlava?», incalza Fagnani. «Eh, con chi parlavo…», risponde Savi sardonico e prosegue «Andavo giù per parlare con loro». «Loro chi? I Servizi?», chiede la giornalista.

«Ma sì (…) Insomma, quelli ci hanno aiutato, non ci hanno fatto prendere. E poi ci hanno fatto prendere».

Primo Piano
Le indagini

Maxi rissa davanti al bar di Sorso, denunciate 15 persone: cosa sappiamo

di Nadia Cossu
Le nostre iniziative