Paolo Deponti, Ceo di Veralab: «Il mio presente è l’Estetista cinica, ma nel mio passato i ricordi di Sassari e Alghero»
Il manager: «Suonavo in Sardegna con gli amici: mi sono sentito parte di una comunità
È senza dubbio uno dei nomi più influenti nella cosmesi di lusso e beauty a livello mondiale: Paolo Deponti, trevigliese classe ‘71, è uno dei manager più apprezzati del momento, con un lungo percorso internazionale tra Disney, Sephora, L’Occitane en Provence ed Estée Lauder, dove ha ricoperto il ruolo di Vice President e General Manager EMEA per MAC Cosmetics. Da poco più di un anno è alle redini di Veralab, il brand fondato da Cristina Fogazzi (influencer da 1,1 milioni di follower sui social, nota come l’estetista cinica), diventato in poco tempo uno dei casi più interessanti della cosmesi italiana. Ma Paolo Deponti oltre ad essere un asso del business, è molto di più. Molto prima della laurea in scienze Politiche, un diploma in tromba classica al Conservatorio Donizetti di Bergamo, poi una carriera da musicista fino ai 28 anni, collaborando con alcune delle orchestre più prestigiose d’Italia, come l’Orchestra Sinfonica della Rai e quella del Teatro Carlo Felice di Genova. E ancora, la fondazione e direzione per oltre vent’anni del corpo musicale “Franco Poloni” di Arcene. È proprio attraverso la musica che nasce anche un legame profondo con la Sardegna, in particolare con Sassari: un luogo del cuore, fatto di amicizie che lui stesso definisce “fraterne”, e che negli anni è diventato una seconda casa.
In un’azienda come Veralab, quale è concretamente il suo perimetro d’azione?
«In un’azienda nata da una forte intuizione imprenditoriale, si è resa necessaria una maggiore strutturazione per superare i limiti di crescita di un modello inizialmente poco diversificato, sia nei canali sia nei mercati. Il mio ruolo è riconoscere e valorizzare i fattori che hanno reso il brand di successo, strutturandoli in modo da poterli replicare e sviluppare nel tempo. Mi sto avvalendo anche di consulenti internazionali del settore beauty, che contribuiscono a definire le prossime strategie: ampliamento della distribuzione fisica in Italia e preparazione all’espansione internazionale. Parallelamente, è in corso una trasformazione culturale: da un modello guidato dall’intuito a uno basato su dati e analisi strutturate per crescita progressiva entro i prossimi 15 anni».
Veralab è diventato un successo senza precedenti: qual è il segreto?
«I fattori chiave sono tre. Il primo è l’onestà: il brand si è affermato raccontando la verità sul beauty, costruendo fiducia e rispetto attraverso consigli autentici e trasparenti. Il secondo è la popolarità: non solo estetica riconoscibile, ma soprattutto la capacità di nascere dalla provincia italiana e di educare un pubblico ampio alla skincare, rendendola accessibile, con prezzi democratici e un approccio non elitario. Il terzo è la “tribalità”: Veralab è un brand di relazioni, costruito attorno a una community che condivide valori come inclusività, body positivity, semplicità e onestà».
Il brand è legato alla figura di Cristina Fogazzi. Quanto è stato coraggioso e lungimirante affidare la guida operativa a un manager esterno come lei?
«Cristina è un’imprenditrice molto competente, con grande visione e conoscenza del settore. L’aspetto più importante è la sua umiltà: sa riconoscere i propri limiti e affidarsi a professionisti per andare oltre. Il nostro rapporto è complementare: lei porta visione, intuito e sensibilità verso il consumatore; io mi occupo di tradurre tutto questo in azioni concrete e strutturate per far crescere il brand nel lungo periodo».
Guardando al futuro: quale “nuova rotta” immagina per Veralab?
«L’obiettivo è trasformare il marchio da indie brand locale in un power brand multicategoria e internazionale. Questo significa sviluppare ulteriormente il make-up, rafforzare categorie come haircare e fragranze e costruire un modello coerente. Un passaggio chiave sarà, passatemi il termine,“decristinizzare” il marchio, ovvero renderlo meno dipendente dalla figura dell’estetista cinica, permettendogli quindi di crescere autonomamente. L’espansione internazionale passerà anche dalla creazione di community di community e ambassador locali all’estero, capaci di mantenere autenticità e identità del marchio nei diversi mercati internazionali».
Lei arriva al mondo del management da una formazione musicale. Che cosa è rimasto di quella esperienza?
«Mi è rimasta soprattutto la capacità di interpretare lo spartito. Fare business è un po’ questo: apparentemente esistono processi lineari, ma in realtà il mercato cambia continuamente e bisogna saperli interpretare. La musica ti insegna a tenere insieme un sistema complesso, un po’ come fa un direttore d’orchestra. Devi mantenere l’armonia. E poi c’è l’ascolto: la prima cosa che impari da musicista è ascoltare gli altri, prima ancora di te stesso. Nel business significa ascoltare il consumatore e capire dove sta andando il mercato».
Quanto ha contato la disciplina dello studio musicale?
«La tromba è uno strumento che richiede allenamento continuo. Se vuoi essere il migliore devi esercitarti ogni giorno: muscolatura, studio, costanza. Una disciplina che è rimasta centrale anche nel lavoro. La musica è esecuzione di pattern: modelli che studi e ripeti finché non diventano naturali. Nel business è simile: il genio e la creatività funzionano, ma quello che serve davvero è saper applicare i modelli giusti nel contesto giusto».
È proprio la musica il motivo del suo legame con la Sardegna?
«Sì, tutto nasce quasi per caso. Conobbi tre ragazzi sassaresi durante un famoso corso di alto perfezionamento orchestrale a Lanciano, in Abruzzo. Era uno dei più importanti in Italia, all’epoca. Avevamo più o meno vent’anni anni e da quell’incontro nacque un’amicizia molto forte, una fratellanza. Avevamo tutti un legame con le bande musicali delle nostre città di appartenenza. Questo ci ha permesso di non spezzare il filo e negli anni successivi abbiamo organizzato vari gemellaggi tra corpi bandistici: così sono arrivato in Sardegna, a Sassari, vivendo una delle esperienze più belle della mia giovinezza. Non era solo suonare insieme, era condividere la vita. Mi sono sentito parte di una comunità. Una sensazione indimenticabile».
Quel legame esiste ancora oggi?
«Sì. Sono amicizie che non hanno bisogno di essere coltivate continuamente. Possono passare mesi o addirittura anni senza vedersi, ma quando ci si ritrova sembra che il tempo non sia trascorso. Ho mostrato i miei luoghi del cuore ai miei figli e sono felice che anche loro ne abbiano colto essenza, magia e bellezza. Alghero è forse il posto che mi ha rapito il cuore, custode di momenti indelebili».
Guardando la Sardegna con l’occhio di un manager, che cosa vede oggi?
«Vedo un patrimonio umano, culturale e paesaggistico enorme. Anche nella musica, penso al jazz: la Sardegna è riuscita a costruire una cultura musicale che in molte altre parti d’Italia è andata perduta. Ma questo potenziale non è stato sfruttato fino in fondo: l’isola è stata utilizzata in modo tattico, non strategico. Si è puntato su un turismo mordi e fuggi, concentrato in pochi mesi, quando invece è una terra che potrebbe vivere di flussi per gran parte dell’anno. Ma un’isola vive soprattutto di collegamenti, di infrastrutture. Se i trasporti non funzionano diventa difficile attrarre investimenti. E senza investimenti è difficile creare un’economia che duri tutto l’anno. Oggi qualsiasi luogo deve offrire una ragione per essere scelto: per viverci, lavorarci, investire. Non bisogna perdere altro tempo prezioso per questo territorio straordinario e con un enorme potenziale».
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