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Dal tuffo che l’ha paralizzato alla rinascita: il racconto del 15enne Gabriele Zancudi: «Non ho mai pensato di arrendermi»

di Caterina Cossu
Dal tuffo che l’ha paralizzato alla rinascita: il racconto del 15enne Gabriele Zancudi: «Non ho mai pensato di arrendermi»

Oristano, sul palco della Cattedrale davanti al vescovo, il giovanissimo ha parlato del suo percorso di recupero: «Raccontando la mia vita posso fare la differenza, condividere il dolore è terapeutico. Il mio errore può aiutare tutti»

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Oristano «Il primo periodo è stato un vero calvario, difficilissimo. Ma non c’è mai stato un momento in cui ho pensato che mi avrebbero considerato diversamente perché diventato improvvisamente disabile. Sono rimasto una persona». Gabriele Zancudi oggi ha 15 anni ed è di Solarussa: il 7 giugno dello scorso anno è andato al mare con i compagni di classe, a Torregrande, con cui aveva appena concluso il primo anno delle superiori. Si è alzato dall’asciugamano e tentato un tuffo dal bagnasciuga, usando un sacco posato in riva.

«Quando sono atterrato di schiena, ricordo solo il viso del mio amico Inerio (Vacca, di Arbus, ndr) che mi trascina verso la spiaggia, perché non riuscivo più a muovermi. Ho chiesto subito di chiamare mia madre, mi sono reso conto che la situazione era grave. Non ho mai mollato però: anche nel momento più buio, se mi fossi lasciato trascinare nell’abisso non sarei più risalito. Le cose bisogna viverle con leggerezza, pensare sempre al bicchiere mezzo pieno».

È passato quasi un anno da quel giorno, e Gabriele ieri è salito con la sua carrozzina sul palco della Cattedrale: il vescovo Roberto Carboni e la Pastorale giovanile vocazionale dell’Arcidiocesi hanno organizzato una giornata dedicata a cresimati e cresimandi. Il suo racconto è stato un momento di ascolto intenso: «Sono qui per parlare con i miei coetanei perché in qualche modo sento che posso fare la differenza – spiega –. Ho fatto un errore, a volte è difficile rivivere quei momenti. Ma raccontarlo è la chiave: può capitare a tutti e condividere questa esperienza vuol dire che altri possono imparare da quell’errore. Vuol dire dividerne anche il peso, in qualche modo».

La vita di Gabriele per 11 mesi è stata tra le mura di un ospedale: prima a Bologna, poi a Genova, nel complicato obiettivo di riappropriarsi del massimo grado di mobilità e indipendenza consentito dalla sua frattura alla colonna vertebrale: «Voglio vivere e ho gli stessi sogni che avevo prima – va avanti –. Volevo fare il medico da grande, per esempio, e per questo mi sono iscritto allo Scientifico con indirizzo biomedico. Ora, grazie ai rapporti e alle persone che ho conosciuto durante il ricovero, sono affascinato dalla specializzazione in Anestesia. Il mio obiettivo a breve termine è studiare, dare il massimo per arrivarci».

Tra i suoi pensieri anche lo sport: «Ho in programma di iniziare la fisioterapia, ma ho provato anche il nuoto e c’è un bel feeling: non vedo l’ora di potermici dedicare perché mi piace da matti». Tornare a scuola la scorsa settimana è stato per lui il momento più entusiasmante di questo lungo percorso di ritorno alla quotidianità: «Sono stati anche mesi in cui ragazzi che si erano appena conosciuti hanno trovato il vero significato di amicizia – racconta –. Fare gruppo è importantissimo, staccarsi da quei cellulari e abbracciarsi, coccolarsi, ascoltarsi. Noi l’abbiamo fatto tantissimo, e non è mai abbastanza quando si tratta di affetto e di sostenegno reciproco». Per i lui, i compagni di scuola durante questo anno scolastico si sono mobilitati per ben due volte: una capatina a Bologna e poi a Imola, dove era ricoverato, ma non sono riusciti a fargli subito visita. Poi la grande sorpresa a Genova, dove Gabriele Zancudi affrontava un’altra parte di cure e operazioni chirurgiche. «Quando li ho visti entrare in stanza non ci potevo credere, è stata una gioia indescrivibile. Ecco perché la parte brutta delle cose è sempre superflua, va gettata via. Bisogna concentrarsi sulle cose che ci alleggeriscono e considerare anche le brutture con spensieratezza».

E se gli amici sono diventati parte di una grande famiglia, a casa con lui il papà Salvatore Zancudi, la mamma Valentina Carboni, e i fratelli più piccoli, Aurora e Francesco. «Siamo come cane e gatto, litighiamo e facciamo pace come prima. Sono anche loro la mia più grande forza, il mio pilastro. La famiglia è davvero la cosa più importante».

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