Rapporto Istat, la Spagna cresce 10 volte più dell’Italia: ecco perché
Il rapporto fotografa anche una trasformazione demografica profonda
L’Italia regge alle crisi internazionali, continua a esportare e mantiene livelli occupazionali in crescita. Ma sotto la superficie emergono problemi strutturali sempre più evidenti: produttività ferma, popolazione in calo, giovani che emigrano e un welfare sotto pressione. È il quadro delineato dal Rapporto annuale dell’Istat, presentato alla Camera dal presidente Francesco Maria Chelli nell’anno del centenario dell’istituto.
Crescita lenta e ritardo rispetto all’Europa
Secondo il rapporto, l’economia italiana ha mostrato capacità di adattamento nonostante le tensioni globali. Nel 2025 il Pil è cresciuto dello 0,5%, sostenuto soprattutto dai consumi delle famiglie e dagli investimenti. Per il 2026 la crescita acquisita si attesta ancora allo 0,5%, ma il contesto internazionale lascia aperti forti rischi di rallentamento.
Il vero nodo resta però il confronto con gli altri Paesi europei. Dal 2007 al 2025 il Pil italiano è aumentato appena dell’1,9%, mentre Francia, Germania e Spagna hanno registrato incrementi vicini al 20%.
Il modello Spagna e il confronto con l’Italia
Uno dei focus del rapporto riguarda la crescita spagnola. Tra il 2022 e il 2025 la Spagna ha registrato un aumento del Pil del 9%, contro il 2,3% italiano.
A fare la differenza sono stati diversi fattori: una spesa pubblica più elevata, l’aumento della popolazione in età lavorativa grazie all’immigrazione regolare e investimenti concentrati nei settori ad alto contenuto tecnologico e nella proprietà intellettuale.
In Italia, invece, gran parte degli investimenti si è concentrata nel comparto edilizio, soprattutto attraverso incentivi legati alle ristrutturazioni.
Export e lavoro tengono il sistema
La capacità di esportare continua a rappresentare uno dei principali punti di forza del Paese. Dal 2019 le esportazioni italiane sono cresciute del 34%, superando Francia e Germania e facendo meglio anche della stessa Spagna.
Anche l’occupazione è aumentata: tra il 2019 e il 2025 gli occupati sono cresciuti del 4,3%. Tuttavia, gran parte dei nuovi posti di lavoro si concentra nei servizi a basso valore aggiunto, mentre la manifattura continua a perdere addetti.
Produttività ferma e pochi investimenti tecnologici
Il grande limite dell’economia italiana resta la produttività. Nell’ultimo decennio quella del lavoro è cresciuta in media soltanto dello 0,2% l’anno.
Secondo l’Istat, il problema deriva da investimenti insufficienti in innovazione, digitalizzazione e formazione. Anche sul fronte dell’intelligenza artificiale il ritardo è evidente: nel 2025 solo il 16% delle imprese utilizza sistemi di Ia e mancano figure professionali specializzate.
Tra i cittadini, appena il 19% delle persone tra 16 e 74 anni ha utilizzato strumenti di intelligenza artificiale, contro una media europea superiore al 32%.
Un Paese sempre più anziano
Il rapporto fotografa anche una trasformazione demografica profonda. La popolazione italiana è scesa da 60,2 a 58,9 milioni di abitanti in dieci anni, mentre l’età media è salita a 47,1 anni.
Sempre più famiglie sono composte da una sola persona e cresce il numero dei figli unici. Parallelamente continua l’emigrazione dei giovani italiani, con una perdita netta di circa 590mila persone nell’ultimo decennio.
Per l’Istat il rischio è duplice: da una parte la sostenibilità futura del welfare e della sanità pubblica, dall’altra l’impoverimento del capitale umano, soprattutto nel Mezzogiorno.
Ceto medio in difficoltà
Il rapporto evidenzia anche la sofferenza del ceto medio. Pur rappresentando ancora oltre il 60% della popolazione, negli ultimi anni questa fascia ha visto crescere i redditi molto meno rispetto alle famiglie più ricche.
L’inflazione, spinta soprattutto dai costi energetici, continua inoltre a pesare sul potere d’acquisto. Nonostante l’aumento delle retribuzioni contrattuali, resta ancora ampio il divario rispetto al 2019.
Sanità e diseguaglianze territoriali
Con l’invecchiamento della popolazione aumentano anche le malattie croniche. In Italia sono oltre 12 milioni le persone che convivono con almeno due patologie. Persistono inoltre forti differenze territoriali e sociali nella speranza di vita. Gli uomini con basso livello di istruzione vivono mediamente diversi anni in meno rispetto ai laureati, con divari ancora più marcati nel Sud e nelle Isole. Le regioni con maggiore incidenza di malattie croniche, come Calabria e Basilicata, continuano però a ricevere meno risorse sanitarie pro capite rispetto alle regioni del Nord.
L’allarme giovani e social network
Il rapporto lancia infine un allarme sull’uso della rete tra gli adolescenti. Gli italiani trascorrono online quasi quattro ore al giorno e molti ragazzi restano connessi fino a tarda sera. Tra le ragazze tra 15 e 17 anni, oltre il 15% mostra segnali di utilizzo problematico dei social e degli strumenti digitali, con effetti legati ad ansia, dipendenza e disturbi psicologici.
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