Top 1000, dall’olio al Pecorino romano: «Senza turismo e pastori l’isola si ferma»
Alla presentazione dell’inserto della Nuova Sardegna le storie delle aziende simbolo dell’isola: investimenti milionari ad Alghero, export in crescita verso Stati Uniti ed Emirati, timori per il futuro della filiera ovina e la sfida della transizione energetica
Sassari Tra le giacche formali dei rappresentanti delle imprese big dell’isola alla camera di commercio di Sassari, per la presentazione dell’inserto Top 1000 Sardegna, lo storico oleificio San Giuliano di Alghero manda avanti il volto timido e giovanissimo dell’ultima di casa, Francesca Manca, che alla platea racconta fiera i passi dell’azienda: «Abbiamo in atto un investimento di quattro milioni che si concluderà nel 2028. Soldi destinati all’acquisto di nuovi terreni e impianti moderni». Sono i risultati di un’impresa che rispetto alle altre in platea recita la parte della piccola azienda, ma che, con 18,7 milioni di euro di fatturato, tanto piccola non è. «Grazie alla visione di mio padre, abbiamo portato il marchio Olio San Giuliano all’estero», dice la giovane. Il 50 per cento del fatturato arriva dall’export: «Usa, Emirati, Svizzera, Brasile».
Giommaria Pinna, presidente della F.lli Pinna, azienda casearia leader nel nord dell’isola, si presenta al microfono con un foglio piegato in due nel taschino, «avevo pronta una relazione del settore», sorride. Nella forma ristretta della presentazione, si limita a un excursus significativo. Il prezzo del Pecorino romano («che, ricordo, a dispetto del nome è fatto al 95% da prodotto sardo») è passato dai 5 euro al chilo del 2019 alla quotazione più aggiornata di 10,80 euro. In mezzo c’è stata la stagione di protesta dei pastori con gli sversamenti di latte nelle strade e un exploit del formaggio nelle tavole di italiani e stranieri, si guardi soprattutto oltre oceano Atlantico. «La pandemia ha indotto verso consumi domestici», più tutti i talent di cucina il gioco è fatto, «una situazione che ha valorizzato il Pecorino romano, presente nelle principali ricette italiane». Una carbonara con un altro formaggio sarebbe eresia, al pari della pancetta al posto del guanciale. La produzione aumenta, «ma il problema è che il mercato si sta saturando. Nel 2023 il prezzo al chilo è arrivato a 14 euro, con quello del latte triplicato», ed era esagerato. «Adesso però se dovesse scendere ancora il prezzo del latte, nessuno vorrà più fare il pastore».
Il punto di vista di Paolo Appeddu, direttore generale di Fiume Santo, è invece di quello di chi guida un’azienda in top 5 in Sardegna. «Il settore dell’energia ha visto diverse crisi in questi anni – evidenzia –, dall’Ucraina all’Iran». La centrale sassarese funziona a carbone ma guarda a nuove energie, «l’azienda ha pensato un nuovo sito produttivo che comprenda più tecnologie di produzione, convertendo impianti esistenti». Metano, biomasse vegetali, idrogeno verde, rinnovabili. Progetto del 2023, ancora in stand-by per «norme» e «passi indietro della Ue».
Imprese dinamiche: il presidente di Federalberghi, Paolo Manca, toglie la patina di ostracismo di chi dice che la Sardegna non sia solo turismo. Altroché: «Oggi la Sardegna non può fare a meno dell’economia turistica», che sul pil italiano vale il 3 per cento, «ma restringendo al periodo estivo, arriva a valere il 10 per cento del turismo nazionale». La direzione: non guardare più al turismo di massa ma ai visitatori cosiddetti altospendenti. «Ricordo che gli amici della gdo nel 2020 erano più disperati di noi perché non arrivavano i turisti. Noi albergatori siamo necessari affinché tutto il sistema funzioni».
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