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Dalle liti a Porto Cervo alla depressione, Belen Rodriguez: il crollo di una dea fragile

di Luigi Soriga
Dalle liti a Porto Cervo alla depressione, Belen Rodriguez: il crollo di una dea fragile

Dalla depressione ai ricoveri, fino alla notte di paura nel palazzo di Brera: il caso della showgirl argentina riapre il tema della sofferenza mentale trasformata in spettacolo e divorata dal gossip

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Ci sono giorni in cui la gravità, semplicemente, presenta il conto. E non guarda in faccia nessuno, nemmeno chi ha passato gli ultimi 15 anni a planare leggera sopra i sogni degli italiani, tenuta in quota dai battiti di una farfallina. Che fosse quella tatuata sullo spacco di Sanremo o quella impacchettata nell’acido ialuronico del brand “Mia Libre”, poco importa. A un certo punto, anche le ali si stancano. E si precipita. È successo lunedì mattina, in un elegante palazzo di Brera. Niente filtri Instagram, niente luci calde da studio televisivo, niente sorrisi a favor di telecamera. Solo urla disperate alle quattro di notte, una porta chiusa a chiave in un bagno a soqquadro, i vigili del fuoco costretti a forzare la serratura e una ragazza di quarantun anni, persa nel vuoto, capace di rispondere solo a monosillabi. L’hanno portata via in ambulanza, avvolta in uno stato confusionale che somiglia troppo al buio pesto.

È tornata a casa ieri, dimessa “in buone condizioni”, dicono i freddi bollettini ospedalieri. Ma il rumore di quel crollo fa tremare ogni sicurezza. Eppure, a pensarci bene, Belén ci aveva avvisati. La spia rossa della riserva lampeggiava da un po’. Ce lo aveva raccontato con un coraggio raro: la depressione, i 49 chili, la stanza con le tende tirate per non far entrare la luce, la fatica di respirare. Aveva parlato delle benzodiazepine, dei ricoveri in clinica, e di quell’ombra lunga chiamata Stefano De Martino, il suo yin, il suo yang, la sua personalissima e amatissima kryptonite. Ma chi ha innescato l’esplosione è anche l’unico che sa come muoversi tra le macerie. Nella stanza del Policlinico di Milano c’è ancora una volta Stefano De Martino. Serviva solo una presenza familiare e imperfetta, a stringere la mano di una donna spaventata e persa. E questo è il paradosso di un amore che forse non sa più farsi matrimonio, ma di fronte allo schianto si ostina ancora a fare da scudo.

E non è stato l’unico. Lo fece l’anno scorso Luciana Littizzetto, con una lettera toccante. E si sono stretti in un abbraccio protettivo Mara Venier, Vladimir Luxuria, Alba Parietti, e altri vip che hanno conosciuto sulla propria pelle la depressione e la solitudine. Ma il pubblico no. È troppo vorace e distratto, è fatto così. La sofferenza piace solo se è ben impacchettata, finché diventa la confessione patinata da consegnare a Francesca Fagnani a Belve.

Piacciono le cadute solo se preludono a una sfolgorante rinascita. Il problema comincia quando il dolore smette di obbedire alla regia. Quando diventa psichico, si fa sgraziato, reale, spaventoso; quando non indossa il tacco dodici, ma fa tremare i vicini di casa e finisce nei verbali della polizia, tra l’angoscia di un balcone e la confusione di un paio di piccoli tamponamenti nel traffico, allora il pubblico non sa più che farsene. Storce il naso. Ed entra in azione il tribunale crudele del gossip e dei social: la danno per “finita”, la deridono, fantasticano su chi le ruberà il posto in televisione.

Quell’episodio di fine estate al distributore di Porto Cervo era dannatamente profetico: lei, divina e insofferente alle regole, che litiga col benzinaio ignorando i birilli, e quel passante provvidenziale che le urla: «Oh Belén! Guarda che sei sul pozzetto!». Ecco. Tutti hanno sorriso di quella scena, pensandola come l’ennesima bizza di una dea scesa in Terra. Ma quel pozzetto aperto, quella botola invisibile sotto le gomme del suo suv, non era solo una gag. Era la metafora esatta dell’infinita fragilità umana. Puoi avere tutto: una bellezza che ferma il traffico, milioni di follower, i like che si accatastano. Ma c’è sempre un tombino lasciato scoperchiato dalla vita, pronto a inghiottirti proprio quando ti chiedono di sorridere ancora un po’.

Purtroppo anche i palinsesti hanno troppa fame e poca memoria. E quando un’icona inizia a mostrare le crepe, la fagocitano, la macchina dell’intrattenimento si affretta a smaltirla. Così è iniziato il lento declino di Belén, svaporata da Mediaset, estromessa prima da “Tu sì que vales”, poi dal circo de “Le Iene”. La discesa si è fatta precipizio con il colpo di grazia finale: la conduzione salvifica de “L’Isola dei Famosi” scippata all’ultimo minuto per essere consegnata a Selvaggia Lucarelli. È il ribaltamento di un paradigma sociale spietato, dove la bellezza viene rottamata in favore della polemica. L’icona del desiderio sostituita dall’icona del cinismo. Questa è l’ultima spallata che ha fatto inciampare Belén dentro il tombino, in quel buco nero esistenziale. E mentre da fuori molti si affannano a spiare per vedere l’idolo in frantumi, l’unica cosa sensata da fare sarebbe fare un passo indietro. Sospendere il giudizio. Ricordarci che sotto le dee da rotocalco, sotto lo spacco e gli algoritmi, c’è solo carne, nervi scoperti, fragilità e un disperato bisogno di protezione.

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