La Nuova Sardegna

L’inchiesta

Fuga dai piccoli Comuni della Sardegna, l’80% dei paesi non ha servizi di base: mancano banche, farmacie e poste

di Massimo Sechi
Fuga dai piccoli Comuni della Sardegna, l’80% dei paesi non ha servizi di base: mancano banche, farmacie e poste

Falconi, presidente Anci Sardegna: «Nell’isola negati i diritti a una parte dei cittadini»

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Sassari I piccoli paesi si svuotano, prima dei servizi essenziali e poi, lentamente, anche dei residenti. È un circolo vizioso che attraversa l’Italia ma che in Sardegna pesa più che altrove, perché nell’isola i piccoli comuni sono la struttura stessa del territorio.

Secondo un report pubblicato dal Sole 24 Ore, tra i comuni italiani sotto i 5mila abitanti meno di uno su cinque dispone insieme di farmacia, sportello bancario, ufficio postale e distributore di carburante. Nell’isola il quadro rischia di essere ancora più fragile: l’84% dei comuni, 319 su 377, ha meno di 5mila abitanti. E se ai quattro servizi di base si aggiungono medico di famiglia, scuola, asilo nido e trasporti, la questione diventa ancora più seria, nonostante gli sforzi della Regione e incentivi come il bonus bebè.

Vanno via prima i servizi. «Il dato nazionale è già di per sé preoccupante. In Sardegna, però, la questione assume una dimensione diversa: i piccoli comuni rappresentano l’ossatura stessa dell’isola», spiega Daniela Falconi, presidente di Anci Sardegna. «Il punto è capire se chi vive a Seulo, Sennariolo o Austis possa contare sugli stessi diritti di chi vive a Cagliari o Sassari. Io credo di no. E questa è una questione di uguaglianza prima ancora che di organizzazione dei servizi».

Nei paesi più piccoli il meccanismo è quasi sempre lo stesso. Prima arretrano i servizi privati: banca, distributore di benzina, farmacia. Poi entrano in difficoltà quelli pubblici: scuola, sanità territoriale, trasporti, poste. «Per questo considero un errore pensare che lo spopolamento provochi la perdita dei servizi. Molto spesso è il contrario: la perdita dei servizi accelera lo spopolamento». È l’effetto domino dei centri interni. Il punto di rottura arriva quando restare diventa troppo faticoso. «Esiste una soglia oltre la quale una comunità perde la capacità di rigenerarsi», avverte Falconi. «Quando una giovane famiglia deve accompagnare ogni giorno i figli in un altro Comune, percorrere decine di chilometri per una visita medica o non può utilizzare un mezzo pubblico per andare al lavoro, quella famiglia prima o poi sceglierà di trasferirsi». Per questo il problema «non è demografico ma sociale: quando si riducono i diritti di cittadinanza, diminuiscono anche le opportunità di restare».

La sanità è uno dei problemi più gravi. «In Sardegna sono circa 350 le sedi carenti per la medicina di base e circa 70 quelle del pediatra di libera scelta». Il medico, nei piccoli Comuni è un presidio di comunità. «Difendere la medicina territoriale significa difendere il diritto a vivere in quei centri». Lo stesso vale per la scuola. La chiusura di una primaria o la mancanza di un asilo mandano un messaggio alle giovani coppie. «Una scuola che chiude è un segnale che arriva alle giovani coppie: qui sarà più difficile costruire un progetto di vita». Poi c’è la mobilità, che nell’isola non si misura soltanto in chilometri ma in tempo e possibilità reali di spostarsi senza un’auto privata. «Senza trasporto pubblico efficiente diventa difficile studiare, lavorare, curarsi, partecipare alla vita sociale». Servono servizi flessibili, trasporto a chiamata, collegamenti con aree urbane: una rete che non costringa ogni paese a resistere da solo.

Le priorità secondo Anci Sardegna sono chiare: garantire un livello minimo di servizi essenziali, costruire un sistema integrato di mobilità, sanità e istruzione, considerare i piccoli comuni come una risorsa strategica. «Lo spopolamento non è un destino inevitabile. È il risultato di scelte politiche, economiche e amministrative. Per questo può essere contrastato». La sfida, conclude Falconi, non è soltanto salvare i paesi. «È salvare il principio di uguaglianza territoriale su cui si fonda una comunità moderna».

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