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La polemica

«Pagati oro, privi di titoli, non capivano la lingua: i medici gettonisti non erano la soluzione»

di Luigi Soriga
«Pagati oro, privi di titoli, non capivano la lingua: i medici gettonisti non erano la soluzione»

Salvatore Lorenzoni, presidente dell’Ordine a Sassari, commenta lo stop: «Non potevano neppure firmare un certificato di malattia»

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Sassari Il salvatore della sanità indossava un camice in affitto, non parlava una parola d’italiano e non aveva nemmeno l'abilitazione per firmare un banale certificato di malattia. Per due anni la Sardegna ha affidato l’emergenza a questo esercito di precari a mille euro al giorno, bruciando oltre 300 milioni per nascondere la polvere sotto il tappeto. Ora è scaduto l’ultimo contratto e il banco salta. Ma nonostante la carenza cronica di personale, secondo Salvatore Lorenzoni, presidente dell'Ordine dei medici di Sassari,  non se ne sentirà la mancanza.

Con lo stop ai medici “gettonisti” nei Pronto Soccorso sardi c'è chi teme la paralisi del sistema. Lei come valuta questa chiusura?

«Vorrei chiarire subito un punto fondamentale: i gettonisti extracomunitari non accreditati non hanno mai rappresentato una soluzione al problema della carenza dei medici nei Pronto Soccorso. L'ho ribadito in più occasioni e ne sono fermamente convinto. Che questa non fosse la via d'uscita lo dimostrano anche alcuni ricorsi al Tar, vinti da diverse federazioni regionali, basati proprio sulle criticità di questo sistema».

Si è parlato molto dei professionisti stranieri arrivati attraverso le società d'appalto. Qual era la loro reale situazione a livello di competenze?

«Il concetto è che parliamo di professionisti, per la stragrande maggioranza extracomunitari, assunti per i Pronto Soccorso in forza di una deroga governativa che li inseriva in apposite liste. Io, però, non so nemmeno se sia corretto definirli “medici”, alla luce della loro totale zona grigia sul fronte delle qualifiche. Mancavano totalmente le procedure di accreditamento ministeriale (che adesso diventeranno regionali) necessarie per avere la certezza assoluta dei titoli, sia di laurea che di specializzazione. Loro ne erano completamente privi».

All'atto pratico, in corsia, cosa comportava lavorare senza questi accreditamenti?

«Mille difficoltà concrete. Essendo privi di requisiti, non potevano nemmeno iscriversi all'Ordine, un passaggio che peraltro richiede il superamento di una prova di conoscenza della lingua italiana che, in questo caso, non c’era affatto. Ci si scontrava con la barriera linguistica quotidiana e col fatto che non avessero le credenziali per firmare le cose più banali, come un certificato di malattia. Ma c'è di più: difficilmente potevano essere resi autonomi nella gestione dei casi un po’ più impegnativi. Ci sono arrivate tantissime lamentele su questo fronte. Per loro era previsto il limite operativo ai soli codici minori».

Oltre alla qualità del servizio, la Regione solleva un tema di costi. Che impatto ha avuto questa situazione sui medici ospedalieri strutturati?

«Un impatto devastante. La carenza di personale va affrontata con incentivi diversi, badando bene a non creare danni interni. Se tu paghi un medico esterno enormemente di più rispetto a uno interno, non fai altro che avvelenare i pozzi. Immaginate un medico strutturato a tempo indeterminato che viene pagato “X” e si carica di ogni responsabilità; quando vede il collega esterno, che tra l'altro gestisce solo situazioni minori e in condizioni di non autonomia, pagato magari cinque volte di più, perde ogni incentivo a lavorare con entusiasmo e a restare. Questo è il vero nocciolo della questione».

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