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Pesci pappagallo e vermocane nei mari della Sardegna. L’esperto: «Acque sempre più calde, rischi per pesca e biodiversità»

di Federico Spano
Pesci pappagallo e vermocane nei mari della Sardegna. L’esperto: «Acque sempre più calde, rischi per pesca e biodiversità»

Arrivano dai mari orientali. Marco Casu, docente di Zoologia marina: «È il fenomeno della meridionalizzazione del Mediterraneo»

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Il mare della Sardegna sta cambiando. Non solo per l’aumento delle temperature, ormai sempre più evidente anche nel Mediterraneo, ma per gli effetti che questo riscaldamento produce sugli equilibri biologici. Specie un tempo più comuni nei caldi settori meridionali e orientali del bacino stanno risalendo verso nord e raggiungono con frequenza crescente anche le coste sarde. Non si tratta necessariamente di specie “aliene”, cioè arrivate da aree extra-mediterranee tramite diverse vie (Canale di Suez, acque di sentina) o introdotte dall’uomo principalmente per fini commerciali. In molti casi sono specie già presenti nel Mediterraneo, ma che espandono il loro areale favorite da condizioni climatiche sempre più adatte alla loro invasione. «È il fenomeno della meridionalizzazione del Mediterraneo: il progressivo spostamento verso nord e ovest di organismi marini tipici di acque più calde – spiega il professor Marco Casu, docente di Zoologia marina nell’ateneo turritano presso il Dipartimento di Innovazione del Consorzio UniOlbia –. Un processo che riguarda pesci, invertebrati e altri organismi e che può avere conseguenze importanti sugli ecosistemi locali. Le nuove presenze entrano infatti in competizione con le specie che da sempre abitano i fondali delle coste sarde, modificano le reti alimentari e, in alcuni casi, creano problemi diretti anche alla pesca».

Tra le specie osservate con crescente attenzione c’è il variopinto pesce pappagallo, Sparisoma cretense. Fino a una ventina d’anni fa era una specie relegata al Mediterraneo orientale, a partire dalle coste di Creta da cui deriva il suo nome latino. «Con il riscaldamento delle acque ha ampliato progressivamente il proprio areale – aggiunge Casu –: prima le segnalazioni si sono fatte più frequenti in Sicilia, poi sono arrivate anche in Sardegna. Oggi la specie è stata osservata più volte lungo le coste dell’isola e la sua presenza è stata segnalata persino nel Mar Ligure, tradizionalmente uno dei settori più freddi del Mediterraneo.

Il nome “pesce pappagallo” deriva dalla particolare struttura della bocca: una sorta di becco formato da denti fusi tra loro, che gli consente di raschiare e frantumare organismi dotati di parti dure, come piccoli invertebrati con guscio. Proprio questa caratteristica lo rende una specie da monitorare con attenzione. Non è considerato un pesce di particolare pregio commerciale e non è ancora chiaro se nelle acque sarde possa diventare invasivo. Ma un rischio esiste: può entrare in competizione alimentare con specie locali, in particolare con alcuni labridi, come le donzelle, già presenti e comuni nei nostri mari». Un altro punto critico riguarda gli ambienti del coralligeno, strutture rocciose tipiche del Mediterraneo, ricche di biodiversità e costruite nel tempo dall’azione di alghe rosse e animali con guscio calcareo. L’attività alimentare del pesce pappagallo potrebbe avere effetti anche su questi habitat, anche se l’impatto reale nelle acque sarde deve ancora essere chiarito.

Per questo il gruppo di ricerca del professor Marco Casu sta conducendo analisi finanziate dal CoNISMa (Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Scienze del Mare) di cui l’Università di Sassari fa parte e dell’area marina protetta di Tavolara. L’obiettivo è capire come sia avvenuto l’arrivo del pesce pappagallo in Sardegna: se la popolazione derivi da pochi individui che poi si sono riprodotti nell’isola, oppure se l’ingresso sia avvenuto attraverso un numero più ampio di esemplari. La risposta può arrivare dagli studi molecolari, capaci di ricostruire la variabilità genetica e quindi la storia recente dell’insediamento della specie.

Il pesce pappagallo non è l’unico segnale di un mare che cambia. Il pesce serra, Pomatomus saltatrix, è ormai una presenza molto nota lungo le coste sarde. È un grande predatore, chiamato “serra” per la dentatura tagliente, capace di tranciare di netto altri pesci e anche i terminali delle lenze: per catturarlo, infatti, i pescatori usano terminali d'acciaio. Questo pesce può superare il metro di lunghezza, si avvicina molto alla costa e può essere avvistato anche in acque bassissime. La sua diffusione crescente incide sugli equilibri locali perché preda altre specie, comprese le spigole e i cefali, e può quindi alterare la composizione delle comunità costiere. Ancora più problematico, soprattutto per la pesca, è il vermocane, Hermodice carunculata. È un polichete, un verme marino molto colorato e di generose dimensioni (sino a 25 cm), dotato di acicule urticanti: la sua colorazione (detta “aposematica”) ci avverte della sua pericolosità. Anche in questo caso non si parla di una specie aliena: il vermocane era già presente nel Mediterraneo, in acque calde. Il problema è la sua espansione e la sua abbondanza crescente in alcune aree, favorite dalla meridionalizzazione.

In Sardegna la sua presenza è ormai segnalata lungo ampi tratti della costa orientale, da Villasimius verso nord. Per i pescatori rappresenta un danno concreto: mangia i pesci intrappolati nelle reti e nei palamiti, poi resta a sua volta impigliato negli attrezzi da pesca. Rimuoverlo è complicato proprio per il potere urticante delle setole, che rende difficoltose le operazioni a bordo e a terra. «Gli effetti non riguardano solo il lavoro dei pescatori. Il vermocane si nutre anche di altri organismi marini, tra cui le stelle marine, e può contribuire alla riduzione della biodiversità locale – spiega il professor Casu –. Nelle aree in cui aumenta rapidamente, il problema è aggravato dall’assenza di predatori efficaci capaci di contenerne la diffusione.

Per l’uomo, inoltre, non presenta ricadute positive: non ha un interesse commerciale significativo, non è sfruttabile e produce soprattutto impatti negativi sugli ecosistemi e sulle attività di pesca». Il quadro che emerge è quello di un Mediterraneo in trasformazione, dove il riscaldamento del mare non è più un dato astratto ma un fattore capace di ridisegnare la distribuzione delle specie. In Sardegna questo processo è già visibile: nuovi equilibri si stanno formando sotto la superficie, tra pesci che risalgono verso nord, predatori più frequenti, invertebrati urticanti e specie locali costrette a competere in un ambiente che cambia più rapidamente di quanto accadesse in passato. La sfida, ora, è capire quali presenze resteranno occasionali e quali diventeranno stabili e invasive. E soprattutto quali effetti avranno sugli habitat, sulla pesca e sulla biodiversità dei mari sardi.

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