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Stagionali e turismo, l’altra faccia dell’estate: al Sud e nelle Isole 8 lavoratori su 10 sotto la soglia di povertà

Stagionali e turismo, l’altra faccia dell’estate: al Sud e nelle Isole 8 lavoratori su 10 sotto la soglia di povertà

Salari bassi, part-time involontario e precarietà. Fabrizio Russo (Cgil): «Una emergenza sociale»

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Roma Dietro la stagione turistica e l’immagine di un settore trainante per l’economia italiana c’è una realtà molto più fragile: quella di migliaia di lavoratori con redditi troppo bassi per superare la soglia della povertà salariale. Nel terziario, nel turismo e nei servizi un occupato su due percepisce una retribuzione insufficiente. È quanto emerge dal Focus sul lavoro povero realizzato dalla Filcams Cgil, anticipazione di un più ampio rapporto sull’occupazione. Il quadro delineato dal sindacato mette insieme salari ridotti, part-time involontario, contratti deboli e precarietà. Elementi che, secondo la Filcams, non rappresentano più anomalie isolate, ma condizioni ormai strutturali in interi comparti dell’economia italiana.

Il peso del turismo

Secondo lo studio, il 50 per cento degli occupati analizzati percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro, soglia indicata dalla letteratura economica come limite della povertà salariale. La soglia sale a 14.800 euro se si considerano i lavoratori che hanno prestato attività per almeno dodici settimane nell’anno. Nel turismo la situazione è ancora più critica: quasi sette addetti su dieci restano sotto questo livello di reddito. Il dato peggiora ulteriormente nel Mezzogiorno e nelle Isole, dove oltre l’80 per cento dei lavoratori del settore, cioè quattro su cinque, rientra nella fascia del lavoro povero. Anche negli altri comparti il fenomeno resta rilevante. Nei servizi, dalle pulizie ai multiservizi fino alla ristorazione collettiva, l’incidenza supera il 50 per cento. Nel commercio e nel terziario, pur con percentuali più basse, resta comunque sopra il 30 per cento.

Part-time involontario e salari bassi

Per la Filcams Cgil il part-time involontario è uno dei nodi principali. «La diffusione del part-time involontario è ormai una condizione strutturale», denuncia il segretario generale Fabrizio Russo. Una formula che, secondo il sindacato, riduce i salari, limita le tutele e contribuisce a mantenere molti lavoratori in una condizione di precarietà permanente. La fotografia territoriale conferma inoltre un’Italia divisa. Nel Mezzogiorno quasi il 60 per cento degli occupati si trova in povertà salariale. Considerando il campione più ampio analizzato dallo studio, il fenomeno arriva a coinvolgere quasi due lavoratori su tre. Anche nel Nord-Ovest, dove i numeri sono più contenuti, oltre un occupato su tre resta sotto la soglia individuata dal rapporto.

Il divario tra uomini e donne

Alla frattura geografica si aggiunge quella di genere. A livello nazionale la distanza tra uomini e donne sfiora i 18 punti percentuali. Nei servizi il divario arriva quasi a 20 punti: il 56,7 per cento delle lavoratrici risulta in condizione di povertà lavorativa, contro il 37,2 per cento degli uomini. Per Russo si tratta di «una vera emergenza sociale», legata a modelli organizzativi fondati sulla compressione del costo del lavoro e a rinnovi contrattuali troppo lenti. Da qui la richiesta del sindacato di accelerare la stagione dei rinnovi dei contratti nazionali, considerati lo strumento principale per recuperare potere d’acquisto e garantire retribuzioni adeguate all’aumento del costo della vita. Il segretario generale della Filcams critica anche quella che definisce l’assenza della politica sul tema del lavoro, sostenendo che il confronto su salari e occupazione si sia progressivamente ridotto sia in Parlamento sia nell’azione del Governo.

Contratti formali e lavoro reale

Dietro i dati ufficiali si nasconde spesso una realtà più difficile da misurare. Migliaia di camerieri, baristi, bagnini e altri lavoratori stagionali svolgerebbero mansioni e orari diversi da quelli indicati formalmente nei contratti. Il fenomeno è complesso da quantificare, perché le denunce sono poche e i controlli ispettivi non bastano a intercettare tutte le irregolarità. In molti casi non si tratta di lavoro completamente in nero, ma di rapporti formalmente regolari e sostanzialmente alterati. Nei contratti possono risultare, per esempio, 18 ore settimanali. Nella pratica, però, le giornate possono arrivare a otto o nove ore, spesso senza riposo settimanale, fino a superare le 60 ore complessive.

Compensi forfettari e tutele ridotte

L’assunzione avviene spesso attraverso una trattativa individuale. Al lavoratore viene proposto un compenso mensile forfettario, in molti casi compreso tra 800 e 1.100 euro, senza una piena consapevolezza degli effetti previdenziali e contrattuali. Il problema non riguarda solo la paga immediata. Se le ore dichiarate sono inferiori a quelle effettivamente lavorate, si riducono anche le ferie maturate, il trattamento di fine rapporto e l’eventuale importo della Naspi, calcolata sulla durata e sulle ore formalmente indicate nel rapporto di lavoro.

Denunce difficili e controlli limitati

Contestare queste pratiche resta complicato. Chi decide di avviare una causa ha spesso bisogno della testimonianza dei colleghi, ma pochi sono disposti a esporsi per il timore di non essere richiamati nella stagione successiva. Anche l’attività di controllo incontra diversi limiti. Gli ispettorati del lavoro operano con organici ridotti. La Guardia di Finanza interviene soprattutto sul contrasto al lavoro nero, mentre sugli abusi contrattuali i margini di intervento risultano più complessi. A questo si aggiunge una prassi segnalata come diffusa: la formalizzazione del contratto diversi giorni dopo l’inizio dell’attività, con il lavoratore privo di copertura contributiva nella prima fase del rapporto.

Pagamenti in contanti e tracciabilità debole

Un altro elemento critico riguarda i pagamenti in contanti, effettuati a fine settimana o a fine mese. Una modalità che rende più difficile ricostruire le retribuzioni effettive e può favorire evasione fiscale ed elusione contributiva. Secondo le organizzazioni sindacali, le sanzioni previste restano spesso troppo contenute per rappresentare un vero deterrente. Molte violazioni emergono solo dopo la denuncia del lavoratore. Ma proprio la paura di perdere il posto, o di non essere richiamati nella stagione successiva, contribuisce a mantenere invisibile una parte rilevante del lavoro povero.

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