Maurizio De Pascale: «Confindustria è cambiata, siamo più credibili e autorevoli»
L’imprenditore alla guida dell’associazione per 7 anni lascia il timone: «Le Zes funzionavano bene, ora non più. L’Ets un dramma per la Sardegna»
Cagliari Con il comitato di presidenza che si è tenuto questa mattina 14 luglio e che ha eletto il suo successore, si chiude il mandato di sette anni, più del dovuto anche causa covid, di Maurizio De Pascale alla presidenza di Confindustria Sardegna. De Pascale, 73 anni, laurea in ingegneria chimica, amministratore delegato della Impresa Pellegrini, negli anni passati è stato anche presidente regionale di Ance (l’associazione costruttori edili), e presidente di Confindustria meridionale. In questa intervista il presidente uscente parla di come è cambiata l’associazione, e l’isola stessa, con alcuni riferimenti diretti al suo ruolo, da rappresentante degli industriali e da imprenditore.
Che associazione lascia dopo avervi trascorso sette anni alla guida?
«Una Confindustria in salute, in crescita per iscritti, oltre 1400 aziende, e per dipendenti aggregati, con fatturato e produzioni col segno positivo. Ma lascio anche una Confindustria che ha cambiato pelle. Sino a pochi anni fa venivamo visti come una associazione di categoria quasi elitaria, che aveva grandi numeri e che raggruppava solo le imprese con la I maiuscola. Niente di più sbagliato. Le imprese sono tutte uguali dalla più grande alla più piccola, hanno gli stessi doveri e si reggono con lo stesso impegno. Oggi abbiamo rapporti costanti e proficui con l’intero sistema produttivo sardo. Non viviamo in una rocca, ma dialoghiamo quotidianamente con artigiani, agricoltori, commercianti, professionisti e con i sindacati. Tutto ciò non per caso ma per una riconosciuta esigenza di unire tutte le forze della società sarda».
Anche col sindacato?
«Con i sindacati il confronto, anche personale, nasce sin da quando mi occupavo da presidente di Ance provinciale del rinnovo dei contratti. Il confronto, anche acceso, non è mai mancato, soprattutto perché entrambi riconoscevamo, allora come oggi, la buona fede dell’interlocutore».
Non dirà che il confronto col sindacato veda voi e le associazioni di lavoratori dalla stessa parte quando si parla di salario.
«Il salario è una questione rilevante, la più rilevante. Aggiungo che il sistema Confindustria è l’associazione che più di altre ha rinnovato i propri contratti con valori che superano abbondantemente quel salario minimo che da una parte dei sindacati rivendica come necessario. Se poi vogliamo aggiungere che i salari dei sardi sono bassi, è vero, ma c’è una risposta che altri, non solo lavoratori e imprese devono dare, e che riguarda la competitività. Questo è il principale elemento che consente la crescita dei salari. Su questo tema, burocrazia e politica non sono di grande aiuto. Se ci fossero risposte certe in tempi accettabili, i progetti delle imprese, grandi o piccole, e la loro capacità di remunerare meglio i propri collaboratori crescerebbero non di poco».
Altra critica costante a Confindustria, più in periferia che al centro, è essere comunque filogovernativa, sia che in viale Trento governi il centro destra o il centro sinistra. Limite o dato di fatto?
«Intanto non si dice solo per Confindustria, ma anche per altre organizzazioni, ma non voglio evitare la domanda. Il nostro impegno è essere credibili, non filogovernativi. In questi anni ho voluto mandare un messaggio di forte autorevolezza costituendo e potenziando un centro studi, diventato punto di riferimento serio per analisi e proposte per i nostri interlocutori. Lo abbiamo fatto perché abbiamo un orologio delle decisioni che non è quello della politica, diventata quasi esclusivamente pratica per la ricerca del consenso immediato. Gli aspetti ideologici e strumentali prevalgono non solo sugli interessi società stessa, ma anche sui progetti di visione. I rappresentanti di Confindustria hanno un mandato di 4 anni, individuano gli obiettivi a medio e lungo termine. Una volta che cambiano, non si parte da zero».
E allora troviamo un tema su cui vi siete scontrati con la politica e avete perso.
«Vorremmo vedere una legge di governo del territorio, dove ora c’è tanta confusione e poca chiarezza. Non pretendo che tutte le nostre posizioni debbano coincidere con chi ci governa, perché siamo comunque di parte, però abbiamo cercato di andare oltre il nostro diretto ruolo, immedesimandoci negli interessi generali. Non sempre ci siamo riusciti».
Ets e Zes, due sigle che per il sistema delle imprese rappresentano rispettivamente croce e delizia.
«Sulla Zes abbiamo assistito a un cambiamento netto di una misura nata per favorire le imprese del sud, in aree definite appunto Zone Economiche Speciali, che all’inizio ha funzionato tanto e bene. Con i miei colleghi di regione, quando alcuni del Nord hanno ipotizzato l’estensione della Zes al resto del paese ho detto “ma vi siete bevuti il cervello”? Mi sono reso conto che sulla Zes il Nord, vista la bontà della misura e soprattutto la rapidità nelle autorizzazioni, fa la voce grossa. Poi la Zes si è estesa a mezza Italia, governata in prima persona dalla politica. Il suo asset fondamentale, organismo veloce con poche e chiare regole, si sta perdendo».
Sull’Ets a giorni arriverà la nuova proposta della Commissione Europea. Cosa si aspetta?
«Che non vadano avanti su quella strada. Due anni fa siamo stati i primi a sollevare il problema perché quella tassa sulle emissioni impatta direttamente sulla nostra capacità produttiva. In questi due anni i trasporti sono diventati per il sistema produttivo sardo da problema a dramma. Li assocerei alle altre due emergenze: industria primaria ed energia».
Tra i presidenti di Confindustria Sardegna negli ultimi mandati è emersa la figura dell’imprenditore più che quella del manager. Un bene o un male, anche alla luce dei conflitti di interessi possibili e in ogni caso denunciati?
«Bisogna metterci la faccia. Solo un imprenditore può rappresentare la categoria per intero. Il presidente, da qualunque settore provenga, deve studiare e avere il coraggio di resistere a quelle voci, in primis provenienti dal suo mondo, che ipotizzano commistioni tra ruolo pubblico e privato. Mi consola pensare che queste critiche però vengono soprattutto da chi non ha mai voluto confrontarsi e sacrificarsi per la rappresentanza della categoria».
Oltre agli interessi nelle costruzioni e nell’editoria lei ha interessi anche sull’energia.
«Ho cercato di separare i ruoli anche per non incorrere in qualche svarione, pur in buona fede. In quasi 40 anni diverse volte ho tenuto fuori le mie aziende da possibili business che potessero confliggere con l’incarico, ricavandone più svantaggi che altro».
Oggi il consiglio di presidenza elegge il suo successore. Cosa si sente di auguragli?
«Che si senta e viva Confindustria come casa. Portare avanti le istanze della associazione significa tutelare anche le proprie, con credibilità nella difesa ineccepibile di tutte le aziende che si rappresentano».
In ambito confindustriale, cosa farà da domani?
«Rimarrò in Consiglio nazionale perché il presidente Orsini mi ha chiesto di restare».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
