Assalto ai portavalori in Toscana, la difesa dei 12 imputati sardi: «Le accuse sono basate su indizi»
Il pubblico ministero aveva chiesto condanne per 147 anni di carcere complessivi
Sassari «Le ricostruzioni della Procura si basano su una serie di indizi non sufficienti a dimostrare la responsabilità degli imputati oltre ogni ragionevole dubbio. Per questo vanno assolti».
Il processo per il clamoroso assalto ai furgoni portavalori della Battistolli, messo a segno il 28 marzo 2025 lungo la Variante Aurelia, all’altezza di San Vincenzo (provincia di Livorno), è alle battute finali. Ieri, davanti al gup Francesca Mannini, si sono concluse le arringhe dei difensori dei dodici imputati. Il procedimento riprenderà il 14 settembre con le repliche del pubblico ministero Ezia Mancusi e gli ultimi interventi delle difese, al termine dei quali il giudice si ritirerà in camera di consiglio per pronunciare la sentenza.
Sul banco degli imputati siedono Antonio Moni, Franco Piras, Francesco Palmas, Francesco Rocca, Alberto Mura, Salvatore Giovanni Antonio Tilocca, Giovanni Columbu, Renzo Cherchi, Salvatore Campus, Marco Sulis, Nicola Fois e Antonio Stochino, accusati a vario titolo di aver preso parte al colpo milionario che paralizzò per ore la viabilità lungo la costa toscana. Per loro il pubblico ministero ha chiesto complessivamente quasi 150 anni di carcere.
Nel corso delle arringhe il collegio difensivo (composto dagli avvocati Antonio Mereu, Lorenzo Soro, Pasquale Ramazzotti, Marco Talini, Marcello Caddori, Andrea Nieddu, Giuseppe Talanas, Potito Flagella, Angelo Magliocchetti, Carlo Ambrosini e Francesco Marongiu) ha contestato l’intero impianto accusatorio, sostenendo che la ricostruzione della Procura poggi «su un insieme di indizi privi dei requisiti di precisione, gravità e concordanza richiesti per affermare una responsabilità penale oltre ogni ragionevole dubbio».
Il punto centrale della difesa riguarda il cosiddetto burner phone, il telefono che gli investigatori ritengono utilizzato dal commando durante la preparazione e l’esecuzione della rapina. Secondo i legali, l’attribuzione del dispositivo agli imputati si fonderebbe esclusivamente sui tabulati telefonici, senza riscontri oggettivi come immagini, testimonianze o altri elementi materiali. Le consulenze tecniche di parte evidenzierebbero inoltre incompatibilità tra le localizzazioni del telefono e quelle degli imputati, mettendo in discussione una delle colonne portanti dell’accusa.
Da questa contestazione deriverebbe anche la critica alla ricostruzione degli spostamenti del gruppo. La difesa sostiene che non esistano elementi oggettivi in grado di dimostrare la presenza degli imputati in Toscana nei giorni della rapina e che il viaggio alla fiera Agriumbria sia stato un normale spostamento legato all’attività fieristica e non un alibi costruito a tavolino. A sostegno di questa tesi sono state richiamate conversazioni e dati estratti dai telefoni cellulari che descriverebbero un’organizzazione del viaggio improvvisata e incompatibile, secondo i legali, con la pianificazione di un’azione criminale così complessa.
Contestata anche l’interpretazione data dall’accusa allo spegnimento dei telefoni cellulari nei giorni precedenti l’assalto. Per la difesa si tratta di un comportamento che può trovare spiegazioni del tutto ordinarie e che, da solo, non può essere considerato un elemento di prova.
Dubbi anche sugli accertamenti scientifici. Le tracce biologiche raccolte durante le indagini, secondo i consulenti della difesa, non offrirebbero certezze tali da poter essere utilizzate come prova decisiva, mentre la presenza di ulteriori profili genetici dimostrerebbe che parte degli autori materiali della rapina potrebbe essere rimasta ignota.
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