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Corte costituzionale

Fine vita, vittoria della Regione sul Governo: la Consulta salva la legge sarda – Cosa dice la sentenza

Fine vita, vittoria della Regione sul Governo: la Consulta salva la legge sarda – Cosa dice la sentenza

L’associazione Luca Coscioni: «Il Parlamento non può più ignorare le disposizioni della Corte costituzionale»

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La Corte costituzionale torna a intervenire sul fine vita con due sentenze depositate oggi 14 luglio che, pur affrontando questioni diverse, ribadiscono un principio comune: ogni intervento deve rispettare i vincoli costituzionali e le competenze del legislatore nazionale. Da un lato, con la sentenza n. 152, la Consulta conferma che per accedere all'area di non punibilità dell'aiuto al suicidio resta indispensabile il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale. Dall'altro, con la sentenza n. 148, salva l'impianto della legge della Sardegna sul fine vita, ma annulla alcune disposizioni perché ritenute lesive delle competenze esclusive dello Stato.

Le due pronunce confermano la linea seguita dalla Consulta negli ultimi anni: nessuna apertura oltre i confini già tracciati dalla sentenza Cappato e pieno richiamo al rispetto dei limiti costituzionali, lasciando ancora una volta al Parlamento il compito di intervenire, se lo riterrà opportuno, con una disciplina organica sul fine vita. La decisione più attesa riguarda il ricorso del giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Bologna, che aveva chiesto di eliminare il requisito della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale individuato dalla storica sentenza n. 242 del 2019 sul caso Cappato-Dj Fabo.

La vicenda nasce dal procedimento aperto nei confronti di tre persone accusate di aver accompagnato in una clinica svizzera una donna affetta da una grave patologia neurodegenerativa, intenzionata a ricorrere al suicidio medicalmente assistito. La Procura aveva chiesto l'archiviazione, ma il Gip ha ritenuto che non potesse essere concessa perché la donna non era sottoposta a cure salvavita. Da qui il nuovo rinvio alla Consulta, nella convinzione che tale requisito determinasse una disparità di trattamento tra pazienti accomunati da sofferenze irreversibili.

La Corte ha però respinto le questioni di legittimità costituzionale, confermando quanto già affermato nelle sentenze n. 135 del 2024 e n. 66 del 2025. I giudici ricordano che la decisione del 2019 non ha introdotto un diritto generale al suicidio assistito, ma una limitata eccezione alla punibilità prevista dall'articolo 580 del Codice penale per i pazienti che possono interrompere i trattamenti salvavita in base alla legge sul consenso informato.

Secondo la Consulta, chi non dipende da trattamenti di sostegno vitale si trova in una situazione giuridicamente diversa e non sussiste quindi alcuna disparità di trattamento. La Corte richiama inoltre il dovere dello Stato di tutelare la vita e il rischio di possibili pressioni sulle persone più fragili, ribadendo che eventuali ampliamenti dell'accesso al suicidio medicalmente assistito spettano esclusivamente al Parlamento.

Nella sentenza sulla Sardegna i giudici hanno invece ritenuto illegittime le norme che trasformavano in disposizioni regionali i requisiti elaborati dalla giurisprudenza costituzionale e quelle che fissavano termini rigidi per la conclusione delle procedure di verifica, ritenendo che tali aspetti appartengano alle competenze dello Stato e richiedano uniformità su tutto il territorio nazionale.

Dopo il deposito della sentenza è intervenuta l'Associazione Luca Coscioni. «Rimane il criterio della dipendenza da trattamenti di sostegno vitale, ma ora nulla impedisce al Parlamento di ampliare l'accesso al suicidio medicalmente assistito», afferma l'associazione. Per la segretaria Filomena Gallo «il requisito del sostegno vitale resta una discriminazione, ma la Corte lascia aperti nuovi percorsi giuridici». Marco Cappato aggiunge: «Il Parlamento non ha alibi, discuta la legge sull'Eutanasia legale».

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