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Sanità

Sassari, allarme legionella in Ematologia: «Vietato usare l’acqua, qui per curarci tra mille rischi»

di Luigi Soriga
Sassari, allarme legionella in Ematologia: «Vietato usare l’acqua, qui per curarci tra mille rischi»

Aou, nel reparto gli oncologi usano quella delle bottiglie per lavarsi le mani

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Sassari Prima sparisce l’acqua. Poi arriva la paura. E in un reparto come Ematologia la paura è una sostanza molto difficile da eliminare. Perché qui ci sono persone che hanno fatto la chemioterapia, pazienti che aspettano un trapianto, pazienti che il trapianto lo hanno appena affrontato. Hanno il sistema immunitario abbattuto dalle cure e trascorrono le giornate cercando di tenere lontano tutto ciò che potrebbe trasformarsi in un’infezione. Poi qualcuno dice: non aprite quei rubinetti. Allora arrivano le bottiglie. Oppure le salviette. E la paura, quella invece, scorre liberamente.

È la fotografia che emerge dalle testimonianze di alcuni pazienti dell’Aou di Sassari, dopo la denuncia comparsa sul gruppo Facebook Segnala Sassari. Una donna ricoverata in Ematologia per un ciclo di chemioterapia prima del trapianto racconta che nel reparto è stato vietato l’utilizzo dell’acqua corrente per la presenza di legionella. «Sono costretta a lavarmi con le bottiglie d’acqua fredda». Poi la domanda più semplice e terribile: «È possibile che io venga qua per curare una patologia e rischio altre infezioni?».

Non è soltanto una questione di disagio. Per chi attraversa Ematologia, il confine tra precauzione e paura è sottilissimo. Sono pazienti oncologici, persone rese immunodepresse dalle terapie. Una banale infezione per loro può diventare molto più pericolosa. La legionella trova condizioni favorevoli nelle reti idriche, soprattutto quando ci sono ristagni e biofilm nelle tubature. Il rischio principale è legato all’inalazione di minuscole goccioline d’acqua contaminate. E proprio l’Aou aveva richiamato il problema in una circolare del 7 agosto scorso sul «flussaggio dei terminali idrici per il controllo del rischio Legionella». In parole povere: fate scorrere un po’ l’acqua dai rubinetti prima di utilizzarla. Ora l’Aou, interpellata di nuovo sull’argomento, non ha ancora dato risposte.

La paziente che ha lanciato l’allarme racconta di aver avuto la febbre due giorni dopo il ricovero. I medici l’hanno sottoposta agli accertamenti e hanno deciso una profilassi antibiotica. Non viene stabilito alcun collegamento tra quella febbre e la legionella, ma è proprio l’incertezza ad alimentare l’angoscia. Altri ricoverati, secondo le testimonianze raccolte, vengono sottoposti a trattamento antibiotico quando le condizioni cliniche lo richiedono.

«Non si può vivere la degenza terrorizzati», dice ancora la donna. Racconta che durante un precedente ricovero «oltre il 50 per cento dei pazienti era in isolamento» e cita, tra i microrganismi incontrati nel reparto, Escherichia coli e Clostridium. Sono i coinquilini invisibili, assieme ad alcune colonie di blatte, che sfidano stoiche ogni disinfestazione. Sono affermazioni della paziente, non dati ufficiali dell’azienda, ma restituiscono bene la percezione di chi trascorre settimane dentro un luogo nel quale dovrebbe sentirsi protetto e invece finisce per temere ciò che non vede.

E le testimonianze si moltiplicano. Un’altra paziente oncologica racconta di essersi presentata in passato con «un trolley pieno di salviette per bambini per il corpo e salviette intime». «L’acqua minerale la consumavo in grande quantità per lavare i denti e le mani». Ricorda ricoveri nei quali persino andare in bagno era diventato complicato e descrive un ospedale dove, a suo giudizio, «entro sana per visite di controllo, ne esco sempre malata, con febbre alta, mal di pancia».

Sono racconti durissimi, che vanno distinti dalle evidenze cliniche e dalle responsabilità ancora tutte da accertare. Ma hanno un denominatore comune: il terrore delle infezioni correlate all’assistenza, le Ica. Un timore che assume tutt’altro peso quando il paziente ha appena affrontato una chemioterapia e possiede difese immunitarie fragilissime.

Nelle denunce, invece, il personale viene tenuto fuori dal banco degli imputati. «Stanno facendo il possibile per alleggerire il disagio», precisa la prima paziente. Un’altra scrive che infermieri, Oss e medici «sono sempre meno e sempre più stanchi» e aggiunge: «È ovvio che non è colpa loro se tutto è in frantumi e manca tutto». È forse questo il cortocircuito più amaro: medici e infermieri impegnati a proteggere pazienti fragilissimi dentro strutture che gli stessi ricoverati percepiscono come un ulteriore fattore di rischio. La medicina combatte leucemie, linfomi e tumori con terapie e trapianti. Poi, accanto alla sacca della chemio, resta una bottiglia d’acqua fredda appoggiata accanto al letto. E un paziente che prima di usarla si domanda da che cosa, esattamente, debba difendersi.

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