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Lo studio

Archeologia, la vita nei nuraghi dell’isola: le affascinanti scoperte sugli antichi sardi svelate da un team di ricercatori

di Ilenia Mura
Archeologia, la vita nei nuraghi dell’isola: le affascinanti scoperte sugli antichi sardi svelate da un team di ricercatori

Riflettori puntati sul nuraghe Barru: «Nell’Età del Ferro le comunità erano connesse»

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Per scoprire la vita dei sardi dal 1600 all’850 a.C, i riflettori si sono accesi sul nuraghe Barru, fra Guamaggiore e Guasila, nel sud Sardegna, concentrandosi nel periodo in cui l’isola attraversava un'epoca di trasformazione socioculturale caratterizzata da «una crescente complessità sociale, da collegamenti con l'esterno dell'isola e dall'emergere di un'identità insulare condivisa, distinta da quella delle epoche precedenti». 

Ritrovamenti come una spada votiva e recipienti cerimoniali, provenienti dal sito della Trexenta testimoniano che la struttura di epoca nuragica rimase in uso fino all'Età del Ferro.

È quanto emerso dallo studio condotto da un team di ricerca internazionale guidato dalla dottoressa Silvia Amicone (specialista in archeometria presso l'Università di Tubinga), in collaborazione con la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Città Metropolitana di Cagliari e le Province di Oristano e Sud Sardegna. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista scientifica “Open Archaeology”.

È probabile che il nuraghe Barru facesse parte di una rete capillare: «Persone, merci e idee circolavano nell'isola – sostiene Amicone – Barru potrebbe aver rappresentato un nodo cruciale di questo sistema di scambi».

Archeologi al lavoro per scrivere la storia dei Nuraghi 

A oltre tremiladuecento anni dalla loro costruzione, i nuraghi sardi continuano dunque a riscrivere la storia dell'isola, rivelando dinamiche sociali finora sconosciute. Lo studio condotto dall’Università di Tubinga e dalle autorità italiane per la tutela del patrimonio dimostra che queste imponenti torri di pietra non persero centralità con l'avvento dell'Età del Ferro, ma si trasformarono in fulcri di pratiche rituali, identità sociale e legami territoriali. L'indagine scientifica ha integrato archeologia, geologia e scienza dei materiali per analizzare i depositi rituali rinvenuti nel monumento, che fa parte degli oltre 7.000 nuraghi edificati nell'Età del Bronzo (1700-1100 a.C.) la cui funzione originaria – difensiva, residenziale o sacra – resta ancora dibattuta.

Durante la transizione verso la prima Età del Ferro (1200-800 a.C.), coincidente con la nascita di nuovi santuari e pozzi sacri, il Nuraghe Barru non fu abbandonato, ma attivamente rifunzionalizzato.

Dal Nuraghe Barru l’affascinante scoperta sulla vita dei nuragici 

All'interno della struttura, gli archeologi hanno scoperto un pozzo-cisterna sigillato con lastre di calcare, contenente un deposito intenzionale di resti umani e animali associati a ceramiche pregiate, tra cui brocche, un'anfora in miniatura e un raro vaso cerimoniale a quattro anse. Poco distante, lungo una scala successivamente ostruita per bloccare l'accesso al livello superiore, sono state rinvenute offerte metalliche: una spada in bronzo lunga quasi un metro, tre rasoi bronzei e un blocco di rame. La petrografia ceramica ha rivelato che molti vasi non erano locali, ma provenivano da aree geologiche distanti oltre 40 chilometri, provando la circolazione di persone e materiali all'interno di reti interregionali.

Parallelamente, le analisi tramite fluorescenza a raggi X portatile sugli oggetti metallici hanno evidenziato leghe di bronzo ricche di rame e povere di stagno; la spada rispecchia i modelli votivi cerimoniali isolani, mentre i rasoi richiamano forme dell'Italia continentale, sebbene la composizione chimica indichi una manifattura locale. Anche se gli autori precisano che il campione è limitato e non rappresenta l'interezza delle pratiche nuragiche, il caso di Barru documenta come l'antica architettura sia stata riadattata alle nuove esigenze religiose e politiche dell'Età del Ferro, un'epoca in cui i santuari ufficiali assumevano il controllo del territorio. In conclusione, i dati dimostrano che le comunità della Sardegna tardo-nuragica non vivevano in insediamenti isolati, ma erano integrate in complessi circuiti di scambio e dinamiche di potere in costante evoluzione, mantenendo l'antico nuraghe come elemento centrale del paesaggio sociale.

I nuraghi a torre singola, probabilmente sorti nelle fasi iniziali del periodo nuragico – spiegano gli studiosi – «coesistettero a partire dall'Età del Bronzo recente con i nuraghi complessi, caratterizzati spesso dalla presenza di più torri e cinte murarie articolate». Diversi studiosi ritengono che tale modello insediativo possa riflettere un'organizzazione gerarchica, in cui i nuraghi complessi fungevano forse da centri di influenza e potere all'interno di reti territoriali più ampie. Gary S. Webster , l'archeologo americano noto per i suoi importanti scavi nel nuraghe Duos Nuraghes a Borore (Nuoro) , inquadra la costruzione dei nuraghi nell'ambito di esigenze legate sia alla sicurezza che allo status sociale: «Un fenomeno – conclude lo studio – le cui realizzazioni crearono proprio quelle condizioni culturali, sociali e psicologiche che ne favorirono la riproduzione».

Rituali, potere e identità

Nel complesso, il gruppo di ricerca è giunto alla conclusione che, all'inizio dell'Età del Ferro (circa 3000 anni fa), il Nuraghe Barru non fosse una vestigia in declino di epoche passate. «Il Nuraghe Barru rappresenta un caso ben documentato», afferma la dottoressa Gianfranca Salis, direttrice scientifica della Soprintendenza per gli scavi: «Nell'Età del Ferro era un centro attivo in cui rituali, identità e potere sociale venivano ridefiniti in un periodo di trasformazione. Con la nascita di nuovi luoghi di culto, non tutti gli edifici antichi furono abbandonati; alcune torri della cultura nuragica vennero riutilizzate a fini cerimoniali».

«Questo studio dimostra ancora una volta come gli approcci di ricerca interdisciplinari forniscano numerose informazioni complementari, capaci di restituire un quadro straordinariamente completo dei mondi del passato», afferma la professoressa Karla Pollmann, Rettrice dell'Università di Tubinga.

Il progetto ha ricevuto il sostegno del Comune di Guamaggiore, il cui impegno a lungo termine ha contribuito in modo determinante allo studio e alla conservazione del sito.

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