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San Martino, era l’acqua dei sardi: iperminerale e salata, dava “dipendenza”

San Martino, era l’acqua dei sardi: iperminerale e salata, dava “dipendenza”

Residuo fisso da record: anche il marchio “Gatorade” pare ne fosse innamorato

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Sassari Ci sono acque che dissetano, acque che scivolano via senza lasciare traccia e poi c’era la San Martino. Chiamarla semplicemente “acqua” è sempre stato un eufemismo. Chiunque sia cresciuto da queste parti ne conosce la vera natura: un elisir minerale, una specie di brodo primordiale effervescente sgorgato dall’altopiano di Codrongianos. Provate a offrirla a un turista ignaro al secondo giorno di vacanza. Troppo sapida, troppo minerale, troppo gassata, troppo tutto: “Ma è acqua di mare?”. Perché la San Martino era la regina incontestata delle acque iperminerali d’Europa.

Per capire di cosa parliamo, basta fare un ripasso della geografia delle bottiglie: ci sono le acque minimamente mineralizzate (residuo fisso sotto i 50 mg/l), le classiche oligominerali leggere da passeggio (tra 50 e 500 mg/l), le mediominerali (tra 500 e 1500 mg/l) e infine la categoria pesi massimi delle acque ricche di sali minerali, dette appunto iperminerali (sopra i 1500 mg/l). Ecco, la San Martino non si limitava a superare l'asticella: la polverizzava con un residuo fisso da capogiro compreso tra i 2.800 e i 3.100 milligrammi per litro. Un’impronta chimica formidabile, scolpita da oltre 2.400 mg/l di bicarbonati, quasi 400 mg/l di calcio e circa 300 mg/l di sodio. Tradotto in italiano corrente: bere una bottiglia di San Martino equivaleva a masticare un pezzo di roccia vulcanica. Eppure, si creava una dipendenza sottile, quasi religiosa. Chi ci faceva la bocca non poteva più tornare indietro.

Dopo due settimane di San Martino, qualsiasi altra acqua di marca sventolata in tv con la particella di sodio sembrava inevitabilmente acqua distillata per il ferro da stiro, un lavaggio gastrico privo di anima e di carattere. Entrava nelle case dei sardi scortata da un’aura di rispetto. Negli ospedali medici e infermieri la raccomandavano agli anziani scappati alla morsa del caldo estivo: “Un bicchiere di San Martino e la rimettiamo in sesto...”, come fosse una flebo salina con aggiunta bolle naturali. Certo, la mitologia popolare doveva pure pareggiare i conti. E così, accanto ai cultori della reintegrazione idrosalina c’era la fazione dei terrorizzati. “Non berla, ti vengono i calcoli renali grandi così”. Poco importava che la scienza ripetesse fino all'esaurimento che il bicarbonato i calcoli li previene, e che quel calcio lì è roba buona per le ossa e non per fare le cave nei reni. La vulgata aveva deciso: la San Martino era troppo forte per essere del tutto innocua. Si diceva persino che la Gatorade avesse spedito i suoi emissari in incognito per scovare il segreto di quella pozione magica made in Codrongianos, e volessero comprarla.

Nata oltre un secolo fa, la San Martino è stata la risposta sarda alle acque educate e leziose di pianura. Un’acqua ruvida, spavalda, indigesta al primo impatto e indimenticabile al secondo. Di quelle che se ti cadevano sui piedi ti bucavano le scarpe, ma che ti facevano sentire subito pronto per scalare di corsa il Gennargentu. Quando la notizia della chiusura si è diffusa, in Sardegna è scattato un lutto non ufficiale ma profondo. In bocca il sapore insipido di un’epoca evaporata per sempre. Perché la San Martino non era solo un marchio sulla tavola, ma un pezzo di Sardegna, un manifesto di carattere impresso sul vetro, la prova liquida della nostra ostinazione geologica. E alla fine l’epilogo più amaro: scoprire, dietro un simbolo di purezza e identità , le ferite lasciate alla terra. (luigi soriga)

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