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Il giro della Sardegna diventa un laboratorio sul mare: Vox Maris prepara il riciclo delle reti da pesca

di Rachele Falchi
Il giro della Sardegna diventa un laboratorio sul mare: Vox Maris prepara il riciclo delle reti da pesca

Virginia Jacquemod a bordo di Phileas raccoglie dati sulla biodiversità e costruisce porto dopo porto una filiera regionale per dare nuova vita alle reti dismesse

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A gennaio era ancora una rotta da tracciare. Oggi quella rotta ha il profilo delle coste della Sardegna, decine di porti alle spalle e un bagaglio di incontri, dati e collaborazioni che ha trasformato Vox Maris in qualcosa di più grande. Ritroviamo Virginia Jacquemod ad Alghero, a bordo di Phileas, la barca a vela di dieci metri in alluminio sulla quale vive e con cui sta compiendo il periplo dell’isola per dare una seconda vita alle reti da pesca dismesse e come annunciato dal nostro giornale all’inizio dell’anno. Ventisette anni, torinese, una laurea in Antropologia sociale e sviluppo, Virginia ha trasformato la sua passione per il mare in uno strumento di tutela ambientale. Phileas non è più soltanto casa e mezzo di navigazione: è diventata un laboratorio galleggiante. E al suo fianco c’è una squadra affiatata, con Mattia Conte presenza costante e sostegno prezioso in un’avventura che si costruisce in mare e a terra. Virginia, a gennaio Vox Maris era quasi una scommessa.

Che cosa è diventato oggi?

«È cambiato tantissimo. Non è più soltanto un progetto per creare un’infrastruttura per raccogliere e riciclare le reti da pesca a fine vita. È diventato una piattaforma ecosistemica: facciamo citizen science, raccolta dati, monitoraggio della biodiversità e testiamo soluzioni sostenibili per il diporto. La Sardegna ci permette per la prima volta di mettere il modello a sistema su scala regionale e dimostrare che può essere sostenibile e replicabile a livello nazionale e internazionale».

Anche Phileas si è trasformata.

«Oggi è un laboratorio di innovazione galleggiante. Abbiamo strumenti per estrarre il DNA ambientale dall’acqua marina e un sensore a spettrometria che riconosce i diversi materiali delle reti attraverso una scansione. Durante il periplo facciamo quindi anche scienza, monitoraggio e ricerca».

Che cosa può raccontarvi il Dna del mare?

«Abbiamo iniziato i campionamenti con l’Università Federico II di Napoli e l’Osservatorio naturalistico dell’isola di Culuccia. Ogni campione restituisce una mappatura della fauna e della flora presenti in quel punto. Vogliamo ripetere i prelievi nelle diverse stagioni per monitorare nel tempo la biodiversità marina. L’obiettivo è arrivare a una sorta di atlante del mare sardo, capace anche di intercettare la presenza di specie aliene».

Che Sardegna avete incontrato, porto dopo porto?

«Abbiamo trovato tantissima disponibilità. Amministrazioni aperte e operative, Capitanerie collaborative e pescatori molto sensibili. Preparare le reti per il riciclo richiede un lavoro: bisogna togliere galleggianti e piombi e separare i materiali. Ma abbiamo trovato grande disponibilità perché c’è la consapevolezza che si tratta della salute del mare e del futuro del loro stesso lavoro».

Quanto conta arrivare dai pescatori via mare?

«Moltissimo. Ormeggiarsi accanto alle loro barche, vivere i porti e condividere gli stessi spazi crea un rapporto diverso. Phileas ci permette di entrare nella loro quotidianità. È l’intuizione da cui sono partita: arrivare navigando significa costruire empatia e fiducia».

E quanto conta avere una squadra al tuo fianco?

«Tantissimo. C’è un team fantastico che porta avanti con me tutte le iniziative, da terra e a bordo. In navigazione essere almeno in due fa una differenza enorme, sia nella gestione della barca sia nel lavoro sul progetto. Una dimensione collettiva che ha permesso a Vox Maris di crescere tappa dopo tappa».

A ottobre arriverà la prova più importante?

«Sì. Ci sarà la raccolta effettiva delle reti a fine vita nei porti della Sardegna. Saremo presenti per garantirne tracciabilità e corretta cernita: verranno separate per materiale e raccolte su scala regionale per essere riciclate. Stiamo costruendo un modello unico, che supera il concetto di smaltimento per creare una vera filiera del riciclo, con l’ambizione di renderla replicabile anche a livello internazionale. Il nylon, per esempio, verrà riciclato e trasformato in un nuovo filato, con cui vorremmo realizzare un prodotto da riconsegnare simbolicamente ai pescatori. È il modo più concreto per mostrare che un rifiuto può diventare una risorsa».

La prova saranno le tonnellate di reti raccolte, ma anche la capacità di dimostrare che un modello costruito porto dopo porto può funzionare su scala regionale e diventare replicabile altrove. L’esperienza confluirà poi in un documentario rivolto anche al ministero dell’Ambiente e alla Commissione europea. Pochi mesi fa Vox Maris era un progetto da mettere alla prova nell’isola. Oggi naviga davvero: raccoglie dati, costruisce relazioni e prova a lasciare in ogni porto qualcosa destinato a restare.

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