L’Università di Sassari verso il nuovo rettore, Morandi: «Più giovani e ricerca, sarà l’Università del futuro»
Professore ordinario di Diritto dei trasporti e del turismo, è uno dei candidati: «Un Ateneo diffuso nel territorio funziona meglio»
Francesco Morandi, professore ordinario di Diritto dei trasporti e del turismo, è uno dei quattro candidati alla carica di rettore all’Università di Sassari.
Professor Morandi, cosa l'ha spinta a candidarsi?
«Viviamo in un momento storico complesso e difficile, segnato da profonde trasformazioni. Anche l’Ateneo è chiamato a ripensare la propria missione. Immagino un'Università nuova, che riaffermi la centralità della persona, del pensiero critico e della ricerca scientifica. Che innovi l’alta formazione e si metta al servizio del territorio. E soprattutto, il mondo universitario è la mia vita e l'Università di Sassari è casa. Sento che oggi sia il momento di mettere a disposizione tutta l’esperienza e l’energia che ho maturato».
Qual è la prima decisione concreta che prenderebbe nei primi cento giorni da rettore?
«Programmare insieme l'Ateneo del futuro, con una costituente per condividere un Progetto strategico UNISS 2050. Vorrei che i primi cento giorni dessero anzitutto un segnale: un'Università che torna a sentirsi comunità, riscopre il senso di appartenenza, sa dove vuole andare e non ha paura di decidere».
Se dovesse indicare una cosa che negli ultimi anni l'Università ha fatto bene e una che ha sbagliato, quali sceglierebbe?
«In questi anni l'Ateneo ha consolidato la posizione, generato risorse e realizzato importanti interventi. Il primo posto nella classifica delle medie Università italiane è un dato che va riconosciuto e valorizzato. Abbiamo costruito basi importanti, adesso dobbiamo avere il coraggio di fare il passo successivo: investire nei giovani ricercatori e nella valorizzazione del personale, nelle infrastrutture scientifiche, nella qualità della didattica, nei servizi agli studenti e nell'attrarre talenti in un ambiente internazionale. E l'Università di Sassari deve tornare a farsi sentire di più nella vita della Sardegna, come istituzione capace di aiutare la società a comprendere i cambiamenti e affrontarli. Occorre recuperare la centralità nella relazione con il territorio ed essere il punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo locale e regionale».
Ci sono corsi di laurea che, per numero di iscritti o risultati, non sono più sostenibili? Sarebbe disposto a chiuderli o accorparli?
«L'attenzione costante all'offerta formativa è indispensabile in un mondo in rapida trasformazione. Significa aggiornare i corsi, introdurre nuove modalità didattiche, rafforzare i servizi e creare opportunità per gli studenti. Dobbiamo avere il coraggio di cambiare ciò che non funziona e investire in ciò che può diventare il futuro dell'Ateneo. Certo, bisogna porsi in una prospettiva di cambiamento per restare attrattivi. Un osservatorio permanente darà un supporto concreto ai Dipartimenti per tracciare i percorsi di crescita e innovazione. È indispensabile favorire l'apertura internazionale con nuovi corsi in inglese e accordi di lungo periodo. Radicati in Sardegna, aperti sul Mediterraneo, connessi al mondo».
Le sedi di Alghero, Olbia, Nuoro e Oristano sono tutte strategiche? Oppure bisogna avere il coraggio di ripensarne qualcuna?
«L'Ateneo di Sassari è parte integrante della storia, dell'identità e dello sviluppo della Sardegna. Le diverse sedi sono fondamentali se riusciamo a farle vivere all'interno di una vera strategia territoriale. Il nostro compito è valorizzarle proprio per ciò che possono offrire assecondando vocazioni distintive. Ad Alghero possiamo rafforzare il rapporto tra Università e territorio con il Dipartimento di Architettura. A Nuoro dobbiamo garantire stabilità e sviluppo della comunità. A Olbia il Dipartimento di Innovazione può favorire la crescita con risorse esterne. Oristano può aumentare le proprie strutture didattiche e di ricerca. Io immagino un Ateneo diffuso, in cui Sassari non sia in competizione con gli altri territori, ma faccia da regia a un sistema regionale dell'alta formazione».
Sassari perde giovani anche verso le università della Penisola. Perché un diciannovenne sardo dovrebbe scegliere Uniss anziché Bologna, Milano, Pisa o Torino? Mi indichi tre ragioni concrete. E perché uno studente di Milano, Roma o Madrid dovrebbe scegliere Sassari?
«La formazione è la vera emergenza della nostra Regione. La sfida fondamentale è portare i giovani all'Università. Troppi studenti sardi non scelgono l’Università, circa il 50%, o scelgono di andar via anche quando potrebbero restare, oltre il 16%. Siamo la terz'ultima regione italiana per numero di laureati, con il 23,7%, a fronte di una media nazionale del 31,1% ed europea del 44,8%. Non è un destino: è un problema che si deve affrontare. Sassari si sceglie per l'alto livello dei corsi di studio, per la reputazione internazionale dei suoi docenti e per la qualità della vita universitaria. Dobbiamo rendere più attrattivo l’Ateneo creando nuovi corsi, investendo sulla trasformazione digitale e sull'IA, offrendo opportunità di inserimento lavorativo. Saremo in grado di attrarre talenti stranieri, facendo di Sassari una vera destinazione universitaria. Più servizi, più residenze, più corsi in inglese, più accordi internazionali, più ricerca, più opportunità».
Da decenni Sassari si definisce città universitaria, ma non è mai riuscita a realizzare un campus.
«Ci si presenta una grande opportunità: ricostruire il rapporto tra Città e Università, con una visione di lungo periodo e un patto chiaro. Ridefiniamo insieme servizi, logistica, mobilità, spazi, infrastrutture. Investiamo nello student housing e in un vero campus diffuso in Città: tutto deve concorrere a costruire un'autentica esperienza universitaria. L'Ateneo coinvolge ogni giorno migliaia di persone, occupa grandi spazi, offre servizi fondamentali, dalla sanità alla cultura. Realizziamo poli universitari in Città: riqualifichiamo piazza Università verso il centro storico, creiamo un centro sanitario di assoluta eccellenza, un polo umanistico in Via Roma alta, con l’Accademia e lo Zooprofilattico, un polo giuridico-economico e sociale in Viale Mancini. Apriamo l'Università alla città: le biblioteche, i musei, l'Orto botanico e gli altri spazi universitari possono diventare beni comuni. I nostri 13.000 studenti sono il nostro futuro e possono diventare la nuova anima della Città».
L’intelligenza artificiale sta rivoluzionando professioni, studi e ricerca. L’università è pronta a questo cambiamento epocale?
«Siamo pronti a governare l'innovazione. L’Ai è già parte del nostro presente e sta cambiando profondamente il modo di studiare, fare ricerca e lavorare. L'obiettivo è costruire un Ateneo capace di sfruttare le opportunità offerte dall'innovazione tecnologica senza rinunciare alla propria vocazione umanistica. E soprattutto a formare persone capaci di utilizzare l’IA senza rinunciare al pensiero critico, alla libertà della ricerca e alla responsabilità sociale. Non è un fine, ma uno strumento al servizio delle persone, delle istituzioni e delle imprese. La tecnologia ha valore quando accresce le possibilità delle persone e rafforza la qualità delle relazioni umane».
Guardiamo al 2032, quale risultato le farebbe dire di aver centrato il suo obiettivo?
«Vorrei poter dire che abbiamo realizzato un grande programma di sviluppo per un'Università internazionale. Un Ateneo che si prende cura delle persone, costruisce relazioni con il territorio, accresce il sapere e genera valore per le generazioni future. Un'Università nuova, per un nuovo umanesimo».
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