Einstein Telescope, a Sos Ennattos un polo della scienza: «Sarà un motore per ricerca e imprese»
Il docente di Uniss Domenico D’Urso ospite di Connessioni Future 2026
Non soltanto un osservatorio sotterraneo per ascoltare l’universo, ma un motore capace di mettere insieme ricerca, università, imprese, formazione e territorio. È questa la Sardegna che Domenico D’Urso, docente dell’Università di Sassari e responsabile nazionale della comunità scientifica di Einstein Telescope Italia, racconterà nel suo intervento “L’Einstein Telescope e la Sardegna: la scienza che connette futuro e territorio”. E il momento è particolarmente delicato. «A livello internazionale si sta chiudendo il processo di valutazione delle diverse geometrie», spiega D’Urso. Il confronto non riguarda più soltanto gli aspetti scientifici e tecnici, ma anche costi, rischi, governance e ricadute sui territori. E nel frattempo è arrivata una novità che interessa direttamente la candidatura sarda: «È stato ufficializzato che anche i nostri competitor stanno prendendo in esame la doppia L». Una configurazione che prevede due grandi interferometri in siti distinti e che, per la Sardegna, allarga il campo delle possibili alleanze. L’intesa già costruita è quella con la Lusazia sassone, ma se anche l’Euregio Mosa-Reno dovesse puntare sulla doppia L, l’attuale competitor potrebbe diventare, almeno in teoria, anche un possibile partner. «Per la Sardegna è una soluzione decisamente più favorevole».
Ma il messaggio che D’Urso vuole portare è soprattutto un altro: Einstein Telescope non può essere pensato come un gigantesco sistema di tunnel e caverne costruito nel cuore dell’isola. «Come comunità scientifica italiana stiamo lavorando proprio per evitare questa idea. Vogliamo che attorno all’infrastruttura nasca un sistema». Il primo mattone è ET-SUnLab, il centro di ricerca finanziato dalla Regione e dagli enti nazionali di ricerca. «Deve essere il punto di partenza per i test di Einstein Telescope, ma anche un presidio stabile per la formazione e per il rapporto con il territorio». L’idea è farlo crescere fino a costruire attorno a Sos Enattos un vero polo della scienza, capace di attirare ricercatori, studenti, imprese e tecnologie. Perché molte delle tecnologie necessarie all’osservatorio devono ancora essere sviluppate. «Il grosso dei componenti non esiste ancora sul mercato», sottolinea D’Urso. Ed è proprio qui che possono aprirsi spazi per il sistema produttivo. Installazione, manutenzione, elettronica, sensoristica, meccanica di precisione, servizi specialistici: una parte della sfida sarà riuscire a far entrare imprese e professionalità locali in una filiera che per sua natura sarà internazionale. È un meccanismo già visto nelle grandi infrastrutture scientifiche. Attorno ai laboratori si concentrano competenze, aziende specializzate e nuove professionalità. D’Urso lo spiegava già parlando delle ricadute economiche di ET: il valore aggiunto non sta soltanto nell’investimento iniziale, ma nella capacità di attrarre “intelligenze”, sviluppare tecnologie e creare attorno all’osservatorio un tessuto produttivo nuovo.
E qui entra in gioco l’Università. «Il sistema universitario regionale può diventare un grande bacino di conoscenze e, contemporaneamente, essere spinto a costruire nuovi percorsi formativi». Tirocini, corsi, collaborazioni con centri internazionali e nuove competenze tecniche possono diventare una delle ricadute più durature del progetto. Non soltanto trattenere giovani nell’isola, quindi, ma creare le condizioni perché altri arrivino. Per ospitare un’infrastruttura di questa dimensione, del resto, non basta avere un sottosuolo particolarmente silenzioso. Servono connessioni, strade, servizi, scuole, strutture di ricerca. La candidatura ha già imposto di accelerare una serie di interventi: dal recupero della diga alle aree industriali, dalla viabilità alle reti digitali. Progetti come TeRABIT, ricorda D’Urso, hanno ricadute che vanno ben oltre Einstein Telescope e possono essere utilizzati da università, scuole, ospedali, Comuni e tribunali. Già nella precedente intervista sottolineava come una grande infrastruttura scientifica richieda necessariamente un territorio capace di offrire collegamenti, servizi e qualità della vita adeguati.
E anche se alla fine Sos Enattos non dovesse essere scelto? «È una possibilità che esiste. Ma gli investimenti fatti non sparirebbero». Resterebbero le infrastrutture, le connessioni, le competenze e soprattutto un centro di ricerca realizzato in un sito che conserva caratteristiche scientifiche eccezionali. «Avremmo comunque dato una seconda vita alla miniera». Una seconda vita che D’Urso immagina compatibile con le attività già presenti. Negli ultimi anni sono state analizzate cave, concessioni, cementifici e altre realtà produttive per verificare eventuali interferenze. «Abbiamo studiato decine di situazioni e non emergono incompatibilità strutturali». Anche il grande tema dei materiali di scavo viene affrontato con questa logica: circa cinque milioni di metri cubi da caratterizzare e, dove possibile, recuperare e riutilizzare nel territorio invece di considerarli semplicemente materiale da smaltire.
La forza di Sos Enattos resta però quella che ha fatto nascere la candidatura: un luogo eccezionalmente silenzioso, dove un interferometro estremamente sensibile avrebbe condizioni difficili da trovare altrove. D’Urso aveva già spiegato che il vantaggio principale del sito sardo sta proprio nella possibilità di far funzionare una macchina tanto delicata in un ambiente con minori disturbi geologici e antropici. Ora la partita entra nella fase in cui scienza e territorio devono procedere insieme. «L’impatto globale di Einstein Telescope è relativamente facile da immaginare. Quello locale dipenderà invece dalla capacità del territorio di reagire e di cogliere le opportunità». Ed è forse qui la sfida più importante: fare in modo che, se il grande osservatorio arriverà in Sardegna, non sia soltanto qualcosa costruito sotto terra, ma qualcosa capace di cambiare ciò che succede sopra.
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