Sognava di fare il regista, a 35 anni firma due serie Tv internazionali: la storia di Mattia, dopo Cuba e gli Usa sceglie la Sardegna
Ha presentato al festival di Cannes i due lavori realizzati sui set di New York e Los Angeles. L’isola delle estati a San Teodoro è diventata la sua casa
Olbia Da bambino, al cinema, teneva le mani premute sulle orecchie, gli occhi inchiodati al maxi schermo. Ipnotizzato, rapito. A cinque anni annuncia alla madre: «Da grande farò il regista». Non aveva idea di cosa significasse, ma sapeva già di voler inseguire quell’emozione che gli faceva pulsare il cuore. Trent’anni dopo, Mattia Mustafà – laurea a Milano alla Nuova Accademia di Belle Arti, master di regia a Cuba alla scuola fondata da Gabriel García Márquez, un antenato illustre compositore, soprano e direttore della Cappella sistina di Roma – è tornato da Cannes con due serie internazionali realizzate negli Stati Uniti, Actress e Faith, presentate al Padiglione Italia. Nel percorso che lo ha portato fin lì ci sono la formazione cinematografica e un legame speciale con la Sardegna, diventata oggi famiglia, luogo di lavoro e luogo del cuore.
La Sardegna il luogo dove stare non dove tornare
Romano di nascita, Mattia vive le estati dell’infanzia a San Teodoro. Cinque anni fa la scelta di stabilirsi nell’isola. Dal 2021 lavora e sviluppa nuovi progetti in Sardegna, a partire da tre cortometraggi ispirati al territorio e alle sue leggende. «Con l’isola ho un legame che viene da lontano: mia madre ha avuto un negozio a San Teodoro per trent’anni e io ci ho passato tutte le estati da bambino. Non venivo qui in vacanza, ci vivevo. La Sardegna fa parte di me da sempre. Ma quando cresci in un posto lo smetti di vedere: il mare è il mare, è normale, sta lì da sempre. Me ne sono accorto viaggiando. Quando ero a Cuba, davanti ai Caraibi, mi sono ritrovato a pensare che comunque la Sardegna era meglio, che lì c'erano giusto le palme e le noci di cocco in più. È stato lì che ho capito che quello che davo per scontato non lo era affatto. Il problema è che quella meraviglia, per chi ci vive, si perde. E il mio lavoro adesso è recuperarla ogni volta: prima di girare devo costringermi a guardare come se non ci fossi mai stato, altrimenti riprendo l'abitudine invece del posto. Se sono io il primo a non stupirmi, dall'altra parte non arriva niente».
Il sogno della regia da bambino
La regia esplode in Mattia quando ancora non sa nemmeno cosa sia. «Mia madre mi ha raccontato che avevo 5 anni quando, in un ristorante le ho annunciato che da grande avrei fatto il regista e l’autore. Mamma mi portava spesso al cinema. Il problema è che avevo un udito ipersensibile, quindi passavo tutto il film con le mani sulle orecchie. Da fuori dovevo sembrare un bambino terrorizzato. In realtà ero rapito».
La formazione con Spielberg e Kubrick
Mattia ha costruito la sua cultura cinematografica guardando mostri sacri come Spielberg e Kubrick. «Con Kubrick ho capito che dietro ogni inquadratura c'è un controllo quasi maniacale. Miyazaki me lo porto dietro per la poesia, e per la cultura giapponese in generale, che mi ha sempre affascinato». Ma prima ancora di studiarlo, il cinema Mattia comincia a smontarlo e rimontarlo nella sua cameretta. «Montavo con Final Cut Studio, da autodidatta: prendevo Dragon Ball o Naruto e li rimontavo sui pezzi dei Linkin Park. YouTube era appena nato ed era quello che facevamo tutti, una generazione intera che ha imparato a montare senza che nessuno glielo insegnasse. Niente tutorial, niente scuola, ore per esportare tre minuti di video».
Poi arrivano l’Istituto Roberto Rossellini di Roma, la Naba di Milano, dove si laurea con 110 e lode, e l’Eictv di Cuba, la scuola internazionale di cinema e televisione fondata da Gabriel García Márquez. Un’esperienza che gli ha insegnato a lavorare con mezzi limitati e a trovare soluzioni davanti agli imprevisti. «Là non c’è quasi niente. Poca attrezzatura, pochi mezzi, e devi trovare la soluzione con quello che hai, subito. Oggi lavoro spesso da solo o in due, con quello che riesco a portarmi dietro, e la metà del lavoro è gestire l’imprevisto: il vento, la luce che cambia, il locale che si riempie. Quella cosa lì l’ho imparata a Cuba».
A Cannes nel 2016 con il corto “Al di là del mare”
Nel 2016 arriva a Cannes con “Al di là del mare”, il cortometraggio nato dalla sua tesi sul rapporto padre-figlio. I protagonisti sono lui e suo padre: la disabilità non è un tema osservato dall’esterno, ma parte della loro esperienza quotidiana. L’approccio è realistico, ruvido, senza pietismi. «Il corto nasce dalla mia tesi, che era sul rapporto padre-figlio nel cinema. Solo che invece di restare sulla teoria ho girato la mia storia: mio padre interpreta mio padre, e la sua atrofia midollare è reale. Il figlio è dislessico, e anche quello è vero. Lo sono io. Credo sia per questo che non c'è pietismo. Quando una cosa ce l'hai in casa da sempre non ti viene di farne una tragedia, perché per te è la normalità. E poi non è un film sull'handicap: sotto c'è la storia di un abbandono e di un sogno, e due generazioni che si misurano».
Nel 2026 ancora a Cannes con due serie Tv americane
Dopo 10 anni il ritorno a Cannes come coregista di due serie Tv americane prodotte da Travel on Set Production (Ermelinda Maturo, ideatrice dei format e producer, affiancata da Angela Bellia). Actress girata a Los Angeles che racconta il percorso di una giovane che sogna di diventare attrice. Faith, realizzata a New York, segue un gruppo di adolescenti alle prese con la ricerca della propria identità. «Il mio ruolo si è concentrato sulle riprese e sulla gestione del set. A Cannes abbiamo avuto l'opportunità di presentare le anteprime delle due serie al Padiglione Italia. Per me è stato un momento particolarmente significativo: dieci anni prima ero arrivato a Cannes con un cortometraggio autoprodotto, realizzato insieme a mio padre. Dieci anni dopo sono tornato con due produzioni internazionali».
Un futuro professionale che sa di Sardegna
«Sto lavorando a una serie di cortometraggi legati al territorio sardo e alle sue leggende: uno sulle sirene, uno su Tavolara. Ma non posso dire nulla, è ancora presto. Parallelamente sto lavorando alla mia opera prima, un lungometraggio che è il proseguimento ideale di Al di là del mare».
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