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Sardegna, chi abitava l’isola 20mila anni fa? Da Ötzi al DNA, il viaggio nelle nostre origini

di Redazione Web
Sardegna, chi abitava l’isola 20mila anni fa? Da Ötzi al DNA, il viaggio nelle nostre origini

A 35 anni dal ritrovamento della mummia delle Alpi, il legame genetico con i sardi aiuta a raccontare una storia cominciata molto prima dei nuraghi

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Sassari Un uomo morto sulle Alpi oltre cinquemila anni fa conserva nel DNA un legame con gli abitanti della Sardegna. È uno degli aspetti più affascinanti della storia di Ötzi, l’Uomo di Similaun, del cui ritrovamento, avvenuto il 19 settembre 1991, ricorrono quest’anno 35 anni. Quella vicinanza genetica apre una domanda che conduce ancora più lontano: chi abitava l’isola prima dei nuraghi, prima dell’agricoltura e prima dello stesso Ötzi?

Le testimonianze richiamate dagli studiosi risalgono a circa 20mila anni fa, durante l’ultima glaciazione. Collegarle ai sardi contemporanei, però, richiede di distinguere epoche e popolazioni: i primi frequentatori dell’isola e le comunità che hanno lasciato una forte impronta nel patrimonio genetico attuale non coincidono necessariamente.

Il legame con l’uomo dei ghiacci

L’affinità tra Ötzi e i sardi è emersa già nel 2012, con il sequenziamento del suo genoma. La spiegazione principale riguarda l’eredità delle antiche popolazioni agricole che diffusero il Neolitico in Europa, con radici in Anatolia e percorsi sviluppati attraverso il continente e il Mediterraneo.

Ötzi non era dunque un sardo trasferitosi sulle Alpi, né gli isolani discendono da lui. La somiglianza racconta un’ascendenza condivisa. La rilettura del suo genoma, pubblicata nel 2023 su Cell Genomics, ha ulteriormente chiarito il peso dell’eredità degli agricoltori anatolici. Per risalire alle presenze più remote in Sardegna bisogna invece arretrare di molti altri millenni, quando la vita dipendeva dalla caccia e dalla raccolta.

Le tracce nella grotta Corbeddu

Uno dei luoghi centrali di questa storia è la grotta Corbeddu, a Oliena. Qui è stato rinvenuto un frammento di falange umana in un livello al quale è stata attribuita un’età di circa 20mila anni, attraverso lo studio della successione dei sedimenti e dei pollini. È una testimonianza importante per indagare il popolamento paleolitico dell’isola. Non identifica, tuttavia, la data del primo approdo e non fornisce una ricostruzione genetica della persona alla quale apparteneva. Restano aperte le domande sulla provenienza di quei gruppi, sulla loro consistenza e sulla continuità degli insediamenti. Le evidenze disponibili descrivono frequentazioni antiche sporadiche e discontinue: non consentono di immaginare una popolazione uniforme dalla quale far discendere, senza interruzioni, tutti i sardi di oggi.

Il DNA custodito nel Sulcis

Un altro passaggio conduce a Su Carroppu, vicino a Sirri, nel territorio di Carbonia. Dal riparo sotto roccia provengono resti di persone vissute nel Mesolitico, millenni dopo le testimonianze paleolitiche ma ancora prima della diffusione dell’agricoltura. Uno studio pubblicato nel 2017 su Scientific Reports ha ricostruito due genomi mitocondriali di questi antichi abitanti. Il DNA mitocondriale si trasmette per linea materna: permette di seguire una parte dell’ascendenza, senza rappresentare l’intero patrimonio genetico. I risultati aiutano a distinguere quei cacciatori-raccoglitori dalle successive comunità neolitiche. Due individui, però, non possono descrivere tutta la popolazione dell’epoca o stabilire quanto ciascun gruppo abbia contribuito alle generazioni successive.

La svolta degli agricoltori

Nel VI millennio avanti Cristo, la diffusione dell’agricoltura e dell’allevamento accompagnò una crescita della popolazione sarda. Le comunità neolitiche partecipavano ai movimenti che attraversavano il Mediterraneo occidentale: è qui che la storia dell’isola incontra le radici remote condivise anche con Ötzi. Una ricerca pubblicata nel 2020 su Nature Communications, alla quale hanno contribuito Università di Sassari e Cnr, ha analizzato 70 individui provenienti da 21 siti archeologici, dal Neolitico medio al Medioevo.

I campioni più antichi mostrano affinità con le popolazioni neolitiche del Mediterraneo occidentale. Da quel periodo fino all’epoca nuragica emerge una sostanziale continuità genetica. Il risultato riguarda questo tratto della preistoria: non dimostra, da solo, una continuità altrettanto lunga fino ai frequentatori paleolitici.

La crisi di 8.200 anni fa

Un altro indizio arriva da S’Omu e S’Orku, sulla costa di Arbus. Uno studio pubblicato nel marzo 2026 su The Holocene da Rita T. Melis e Margherita Mussi ricostruisce le trasformazioni ambientali che interessarono il riparo: dopo la crisi climatica di circa 8.200 anni fa, segnata da incendi e instabilità dei versanti, le tracce della frequentazione umana si interrompono. A questo si aggiungono i dati genetici che, secondo quanto riferito da Melis, non mostrano una continuità riconoscibile tra gli individui mesolitici del sito e le popolazioni sarde neolitiche, nuragiche e attuali. Diventa quindi plausibile l’ipotesi di una scomparsa di quelle comunità, seguita dall’arrivo di nuovi gruppi. Non è però dimostrato che il clima ne abbia causato l’estinzione: spostamenti degli abitanti e perdita dei siti per erosione o sommersione rendono ancora incompleta la ricostruzione.

Una storia di incontri

Dopo l’epoca nuragica il quadro cambia ancora. A partire dai siti fenicio-punici, lo studio documenta apporti riconducibili soprattutto al Mediterraneo orientale e settentrionale, con differenze tra territori. La Sardegna ha conservato un’importante eredità genetica antica, attraversando comunque migrazioni e trasformazioni. Il legame con Ötzi illumina una parte di questo percorso; le tracce di 20mila anni fa ne aprono il capitolo più remoto, sul quale archeologia e genetica hanno ancora molte domande da affrontare.

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