La Nuova Sardegna

Sassari

«Troppi errori e falle nell’inchiesta su Orsola»

di Elena Laudante
«Troppi errori e falle nell’inchiesta su Orsola»

La difesa di Alessandro Calvia ricorda come all’inizio si fosse pensato al suicidio Nel mirino anche ora della morte, corda distrutta e scarse indagini sull’altro ex

09 marzo 2013
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SASSARI. «Intuizioni sbagliate, errori macroscopici come la distruzione della corda, l’arma del delitto, l’individuazione dell’ora della morte che i periti hanno spostato in avanti di almeno due ore. E ancora, circostanze inquietanti su un altro ex della vittima mai tenute in considerazione: sono i dati emersi in aula a dire che quello ad Alessandro Calvia è il processo delle verità mascherate di scienza, poi smentite». Tre ore e mezza non sono bastate alla difesa di Calvia, 43 anni, algherese imputato dell’omicidio di Orsola Serra, a tentare di disarticolare la pubblica accusa. Che ritaglia per l’imputato, ex amante dell’insegnante uccisa il 23 ottobre 2011, il ruolo di assassino.

Dei due legali, per primo ieri Danilo Mattana ha ricostruito pezzo per pezzo le indagini, da quando Calvia era stato indicato come possibile sospetto per la morte di Orsola, trovata strangolata con un cordino ancora attorno al collo sul suo letto a baldacchino. Nell’aula dell’Assise, all’inizio dell’udienza il legale di parte civile, Pietro Piras, ricorda come Orsola sia stata «uccisa dall’uomo del quale era innamorata, che l’aveva ingannata e poi in modo vile l’aveva strappata all’affetto della sua famiglia». Poi Mattana suddivide il processo per argomenti. E parte con gli attacchi all’impianto accusatorio delineato dal pm Paolo Piras, sulla base delle indagini dei carabinieri.

Celle telefoniche. Mattana si ancora «a dati certi». «La sera del 23 ottobre 2011, i tabulati di vittima e imputato registrano tre chiamate», divenute poi importanti per gli inquirenti. «Alle 19.22 dal telefono di Orsola Serra parte una chiamata, non risposta, all’amica Isabella Di Maio», che l’aspettava in chiesa per il rosario. «Sempre alle 19.22 parte invece la telefonata di Calvia a Anna Diana», l’allora fidanzata ufficiale dell’imputato e suo teste chiave per l’alibi. «Poi è Anna a chiamare Calvia, qualche secondo dopo. Ma il punto è che mentre il telefono di Orsola aggancia la cella telefonica di Passionisti/via De Gasperi, i telefoni di Calvia e Diana sono coperti dalla cella di via Catalunya». In teoria, quindi, sarebbero in due punti diversi della città, sebbene non ci sia certezza derivante da dati tecnici e - secondo il pm - l’ora della morte sia da individuare attorno alle 19.30.

Ora della morte. È proprio questo uno dei fattori più salienti del processo, perché controverso. «L’orario è una grossa falla dell’accusa, perché stanno ancora qui a dirci che Orsola è morta alle 19.30, quando il presupposto di questa ricostruzione si è rivelato sbagliato. E due professori universitari, Avato consulente della difesa che ha aiutato a risolvere il caso Garlasco, e il perito della Corte, Pelosi, assicurano che è morta tra le 22 e le 24», ha ricordato Mattana. A questo punto, secondo la difesa, il quadro muta. «Perché a quell’ora Calvia era con Anna Diana, non importa se a mangiare la pizza in pizzeria, come detto una prima volta, oppure a casa di lei» come spiegato poi. «Il punto è che quando l’hanno detto in aula, qui, perché la prova si forma nel dibattimento, nessuno li ha smentiti, nessuno ha controbattuto. E anche l’altro testimone, il figlio di Anna Diana, che non va affatto d’accordo con Calvia, anzi lascia la casa della madre quando si accorge che è tornata a visitarlo in carcere, bene il figlio ci dice che Calvia trascorse tutta la notte in casa, con la madre». La difesa punta su questo elemento rimasto quasi cristallizzato, a partire dall’incontro (questo invece messo in dubbio) con Anna Diana, tra via Brigata Sassari e via Sant’Agostino, alle 19.23 - assicura Calvia - proprio all’ora della telefonata, prima di andare in pizzeria. «A quell’ora Orsola è viva, perché è stata uccisa dopo le 22». Come a dire: non da Calvia.

L’alternativa. Allora da chi? Da qui si dipana «la ricostruzione alternativa» cui il pm Piras aveva fatto riferimento prima di ha sollecitare l’ergastolo, quasi fosse una provocazione. Mattana è certo che ci siano state falle all’origine dell’inchiesta, da quando un maresciallo giunto sul posto dopo il padre della vittima, Ettore Serra, pensò a un suicidio per via di un segno sulla trave del baldacchino. Ma Orsola era stata strangolata. «Del luogo del delitto sappiamo poco, anche perché nella camera da letto entrarono molte persone e non furono rilevate impronte: non fu rispettato il protocollo», sottolinea il penalista. Per poi affondare «su una possibile pista alternativa mai esplorata». «Si è detto che tra i primi sospettati ci fu anche l’altro ex di Orsola, Pietro Moretti (mai indagato, ndc). Gli fu chiesto dove fosse tra le 16 e le 20, perché il consulente del pm parlava ancora delle 19.30 come ora della morte. E sapete dov’era Moretti? In un bar a 100 metri da casa di Orsola». E sfodera un elemento inedito, fornito da una intercettazione tra l’allora compagna di Moretti e un agente di polizia, un paio di mesi dopo l’omicidio di Orsola: «Al telefono l’ex compagna dice, riferendosi a Moretti - legge Mattana - Fra un po’ mi impiccherà, mi mette le mani al collo. Mi ha detto “prima o poi ti faccio fuori”». Tesi suggestiva, forse, ma che ora la difesa di Calvia usa per giocare l’ultima carta, in vista della sentenza di martedì. Lunedì parla l’altro difensore, l’avvocato Nicola Satta.

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