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Sassari

Tagli Rai: «Sulla sede tante bugie»

Sulla paventata chiusura di Sassari intervengono il segretario regionale Pd e il fiduciario di redazione

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SASSARI. La ventilata notizia della chiusura della Rai di Sassari diventa caso nazionale. In tempo di spending review il presidente del consiglio Matteo Renzi intende tagliare le sedi regionali; i dipendenti hanno annunciato uno sciopero per l’11 giugno, ma la prima redazione a entrare nella bufera è quella di Sassari, dopo che questa sede è stata presa di mira, come esempio di sperperi, su giornali nazionali e con dichiarazioni di conduttori televisivi di casa Rai, come Massimo Giletti.

In proposito c’è da registrare la richiesta del fiduciario di redazione, Alberto Calvi (l’inviato di guerra diventato famoso nella Guerra del Golfo, perchè a lui si “consegnarono” i soldati iracheni). Definendo «denigratoria e diffamatoria», la campagna contro la Rai del capoluogo del nord Sardegna, Calvi chiede che venga formalmente aperta una vertenza Sassari, «non per difenderci - dice - ma per essere inseriti a pieno titolo e su dati reali, non su leggende o metri quadri, nel progetto di riforma dell’azienda e nel nuovo piano industriale».

Perciò invita l’azienda a rivelare «i dati sulla nostra produttività»: 500 servizi riversati nei primi cinque mesi da tre redattori e un telecineoperatore inviato speciale, con tre tecnici. Personale incaricato di coprire un arco orario che va dalle 5.30 alle 23, sette giorni su sette, per garantire servizi nelle quattro edizioni di giornale radio, tre telegiornali, l’edizione di Buongiorno Regione, il settimanale, oltre a contributi per le testate nazionali, che «solo per citare gli ultimi mesi - dice Alberto Calvi -, vanno dall'alluvione di Olbia, al triplice omicidio di Tempio, alle elezioni amministrative che hanno coinvolto città come Sassari e Alghero. Nella città catalana è in corso la prova italiana del campionato mondiale rally; e, inoltre, non computati nei 500 servizi di cui si diceva, ci sono i contributi continui a Rai Sport per la Dinamo basket, vincitrice della Coppa Italia e ora in semifinale nel massimo campionato».

Sul caso Rai Sardegna erano già intervenuti, a più riprese, il presidente del consiglio regionale, Gianfranco Ganau e il segretario regionale del Pd, Silvio Lai, il quale oggi replica con nuove argomentazioni, sottolineando il «si al taglio degli sprechi in Rai, ma no ai tagli orizzontali del servizio pubblico che funziona. Inaccettabile - scrive Lai in una nota stampa - equiparare i megastipendi di qualche conduttore con la chiusura delle sedi territoriali che sono presìdi di democrazia». La redazione della Rai a Sassari è nata nel 1966. La più antica in Italia. Negli anni ’80 la sede è stata trasferita in una palazzina che è proprietà dell’azienda radiotelevisiva pubblica, peraltro in vendita da 10 anni e occupata da strutture tecniche e ripetitori per il 90% degli spazi. Un bene quindi - scrive Lai -, non uno spreco. Vendere o meno l’immobile per fare cassa è una scelta di chi deve far quadrare in conti della Rai, così come lo è il compito di valutare se lo stipendio di un conduttore sia adeguato alle sue capacità e alla sua professionalità. Diventa invece un problema di carattere politico - sostiene il segretario regionale del Pd - togliere a una regione, o alla metà di essa, la possibilità di "esistere" sui mass media, nelle grandi notizie ma soprattutto in quelle piccole, che interessano le centinaia di paesi, le migliaia di cittadini che pagano le tasse e il canone come tutti gli altri.

Avere una sede in aree dell’Italia che i tg nazionali, pubblici o privati che siano, interpellano solo in caso di gravi eventi di cronaca nera - sostiene Silvio Lai -, significa portare la luce sulle periferie, illuminare le storie, le vicende umane che senza sparirebbero nel silenzio e nel buio. «Se non la garanzia di rappresentatività - scrive Lai -, se non è questo il senso di comunità allora davvero non si capisce a che cosa serva il contratto di servizio pubblico. Come esponente del Partito democratico ma soprattutto come sardo non starò certo a guardare mentre Sassari e la Sardegna diventano i capri espiatori di tutti i mali della Rai. Certo è che questo tiro al piccione ha fatto crescere la curiosità sui veri sprechi dell’azienda di viale Mazzini, dagli stipendi e conduttori e dei loro staff, ai costi di produzione di fiction discutibili, al valore reale di Ray Way e della sua rete». (re.s.)

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