Provò a scardinare un sistema bloccato
Gli obbiettivi politici della strategia del compromesso storico
Quando il 12 ottobre 1973 uscì su "Rinascita" il secondo degli articoli coi quali l'allora segretario del Pci Enrico Berlinguer illustrava il progetto del compromesso storico, la guerra del Kippur, la quarta delle guerre arabo-israeliane, era iniziata da pochi giorni e si sarebbe conclusa nel giro di appena due settimane.
Nessun rapporto diretto tra i due avvenimenti, quando a monte del compromesso storico c'era semmai la fine tragica dell'esperienza socialista e riformista guidata in Cile da Salvador Allende. Eppure la strategia del compromesso storico si sarebbe misurata con i riflessi più clamorosi della guerra del Kippur: lo shock petrolifero, la stagflazione e tutti i fenomeni che hanno fatto della crisi degli anni Settanta la porta d'ingresso del nostro presente. Veniva meno in quegli anni la fiducia che la crescita economica sarebbe continuata in un futuro indeterminato e veniva anche meno, da parte di alcuni, la convinzione che uno sviluppo illimitato fosse di per se stesso auspicabile. Già nel 1972 un rapporto del Massachussetts Institute of Technology poneva la "crescita zero" come una scelta obbligata se non si volevano distruggere le risorse mondiali. Il compromesso storico anticipava così l'idea che solo circoscrivendo gli obiettivi si potevano evitare catastrofici fallimenti. Si trattava di guardare non a un lontano sol dell'avvenire ma a un ravvicinato e realistico programma di riforme, da disegnare e da attuare con la Dc. Che, avversario dal 1947, diveniva ora un possibile alleato.
Più che rivolgersi a un passato glorioso, il compromesso storico prendeva atto di un futuro denso di incognite. Berlinguer era stato eletto segretario del Pci nel 1972, per cui il compromesso storico apparve come una svolta decisa impressa dal nuovo leader del partito. Sul piano elettorale i risultati non mancarono e nel 1976, col 34,4% dei voti, il Pci raggiunse il suo massimo storico. Su un piano politico, invece, le cose apparivano più complicate, vuoi per l'inasprirsi della crisi energetica vuoi per l'incrudelirsi dell'offensiva del terrorismo di sinistra.
Nel luglio del 1976, il governo presieduto da Andreotti, al quale i comunisti offrirono una benevola astensione, poteva essere considerato come un passo importante nella direzione auspicata da Berlinguer. Prendeva forma l'alleanza politica tra Pci e Dc, anche se sembrava a molti più legata a elementi difensivi, la lotta contro le Br, che a un programma.
Nella primavera del 1978 venne il governo di solidarietà nazionale, che i comunisti votarono in Parlamento. Fu in questa fase che Berlinguer elaborò il tema dell'austerità. Il segretario del Pci andava ben oltre i necessari risparmi imposti dalla crisi energetica. Occorreva muovere verso un nuovo modello di sviluppo basato su una riduzione della crescita dei consumi e concentrarsi sugli investimenti nella cultura, nei servizi alla persona, nella mobilità pubblica.
Contemporaneamente, Berlinguer prospettava agli italiani la possibilità di un radicale riorientamento degli stili di vita. La solidarietà nazionale dovette nell'immediato confrontarsi con i diversi punti di vista a proposito della risposta da dare al rapimento di Aldo Moro. Ma, ucciso Moro dalle Brigate Rosse, emersero ulteriori difficoltà e nel giro di poco tempo il Pci si ritrovò a dover prendere atto del fallimento della strategia seguita sino ad allora, per ritrovarsi dunque all'opposizione. Molti italiani, però, e tra loro molti decisamente lontani dal Pci, erano arrivati alla conclusione che Berlinguer avesse ragione. A proposito della necessità di una riforma morale, in primo luogo, ma anche quando, nei primi anni Ottanta, il segretario del Pci cominciò a denunciare in maniera sistematica il fatto che i partiti fossero diventati vere e proprie macchine di potere. «I partiti hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni, a partire dal governo – disse in una famosa intervista a Scalfari – Hanno occupato gli enti locali, gli enti di previdenza, le banche, le aziende pubbliche, gli istituti culturali, gli ospedali, le università, la Rai, alcuni grandi giornali». Di queste parole gli italiani si sarebbero ricordati, qualche anno dopo, quando Mani pulite, portando allo scoperto l'Italia dell'illegalità permanente, segnò la fine della Prima Repubblica.
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